FRAMMENTI

nel giardino dei sentieri che si biforcano

FRAMMENTI: un progetto di iperletteratura

Pubblicato da Loris su Giugno 21, 2009

In occasione della pubblicazione on line del mio progetto web ipertestuale FRAMMENTI, voglio inaugurare una serie di contributi sul tema dell’iperletteratura.
Inizio con questo articolo di Piero Bannucci, da La Stampa:

Scrittore, ti voglio ipertestuale
Libro dei libri, l’e-Book non sarà solo un nuovo modo di leggere. Sarà anche un nuovo modo di scrivere. Con l’e-Book il testo diventerà fatalmente un ipertesto. Lo scrittore un iper-scrittore. Pensate a Internet: la pagina Web che vi trovate davanti sembra piatta come lo schermo del computer. Ma in realtà è tridimensionale. Nel senso che sotto ogni parola cliccabile (link) si nasconde un altro testo: creano una relazione le diverse parti del discorso. Ma mentre la sintassi connette gli elementi della frase in modo sequenziale e obbligato, la rete dei link è ad accesso libero: differenza essenziale. Per i “classici” l’e-Book potrà offrire come ipertesto dizionari, apparati di note, commenti, documentazione. In saggi e manuali, le risorse ipertestuali sono ovvie e ricchissime. Ma per la narrativa le possibilità creative che si aprono sono davvero rivoluzionarie. La struttura di un romanzo classico – pensate ai Promessi Sposi – è sequenziale e a due dimensioni. Dal rapimento di Lucia alle nozze con Renzo si va lungo un percorso a senso unico. Un romanzo ipertestuale, invece, non è più sequenziale e ha tre dimensioni: la rete dei link rende l’opera strutturalmente “aperta” in un senso assai più radicale di quello che intendeva Umberto Eco nel suo saggio degli Anni ‘60. Per adesso la narrativa ipertestuale, molto abbondante su Internet, non solo ha dato capolavori ma appare velleitaria e stucchevole. Certo però non sarà sempre così. Quando uno scrittore autentico si impadronirà dei protocolli ideati al Cern da Tim Berners-Lee per Internet, l’umanità scoprirà un nuovo potente strumento espressivo. In fondo Manzoni, con le sue digressioni storiche sulle “gride” e sui trascorsi della monaca di Monza, ci ha dato degli ipertesti. Soltanto gli mancavano i link. Le neuroscienze insegnano che l’emisfero sinistro del nostro cervello è analitico ed elabora la parola scritta mentre quello destro è sintetico e dedicato alla percezione spaziale. Dunque il testo si rivolge solo all’emisfero sinistro, l’ipertesto con la sua spazialità, a tutti e due. Se questo è vero, l’iperletteratura ha potenzialità enormi. Naturalmente per approfittarne ci vuole un Manzoni.

[fonte: http://www.mecenate.info/articolo.asp?id=8]

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Archeologia e enigmi

Pubblicato da Loris su Maggio 3, 2009

Di seguito riporto i link e gli abstract degli articoli che rappresentano, in forma più sintetica, il materiale della prima metà del mio libro Il segreto di Giza (Newton&Compton, Roma, 2003)

La Geometria di Giza
La disposizione planimetrica delle piramidi di Giza e della Sfinge viene presa in esame: si scoprono correlazioni geometriche che tradiscono la conoscenza di numeri “speciali” (il numero pi greco e i numeri irrazionali, fra cui il numero aureo), nonché l’esistenza di un progetto generale straordinariamente accurato.
 

Il segreto dell’unità
Alcune unità di misura in uso prima dell’età moderna − il palmo egizio, il cubito assiro, il pollice anglosassone − tradiscono l’esistenza di precise conoscenze astronomiche in un remoto passato: potrebbe trattarsi del segno lasciato da un’antica civiltà che avrebbe preceduto la storia conosciuta?
 

La corda di Giza
c
onsiderando le basi delle piramidi di Giza si può realizzare una costruzione geometrica caratterizzata da una serie di cerchi che si incontrano in due “punti di fuga”: il segmento che unisce tali punti − la “corda di Giza” − e il cerchio che attraversa le basi delle tre piramidi − il “cerchio di Giza” − mostrano caratteristiche geometriche assai peculiari e precise relazioni con grandezze astronomiche quali la circonferenza terrestre e l’orbita della Terra intorno al Sole.

Il Primo Tempo di Sirio
Sviluppando la tesi della correlazione stellare si è scoperto che la data indicata dalla sovrapposizione fra le piramidi di Giza e la Cintura d’Orione non è il “Primo Tempo” di Orione − come sostengono Robert Bauval e Graham Hancock − bensì il “Primo Tempo” di Sirio (collocabile intorno al 12.040 a.C.): ciò è confermato dal fatto che Sirio, dotato di elevato moto proprio, in quell’età si trovava giusto sull’asse della Cintura d’Orione. In quella data, inoltre − all’alba dell’equinozio di primavera − Sirio (che culminava al meridiano) insieme a Rigel e Saiph (che costituiscono i “piedi” di Orione) erano perfettamente allineate e sfioravano l’orizzonte alla medesima altezza.

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Le Avventure di Jason Velasco

Pubblicato da Loris su Aprile 26, 2009

“ Su un lontano pianeta ho conosciuto individui il cui destino è singolarmente triste. Di supremo intelletto e raffinata cultura, d’animo nobile e sensibile, intraprendenti e audaci, generosi ed altruisti, creatori di una civiltà che noi neppure sapremmo immaginare, questi individui devono la loro sopravvivenza fisica ad esseri d’una specie inferiore che vivono abbarbicati sulle loro teste, inseparabilmente: esseri infimi e bestiali, incapaci d’un pensiero, nonchè della minima emozione.
 “ Quegli individui superiori, dediti al Pensiero e devoti all’Arte, toccati dal Bello e dall’Armonia della Natura, non sanno reprimere un’angosciosa ripugnanza per gli sgraditi compagni che il Destino ha legato a loro in simbiosi. Così, nel malinconico animo di quel popolo, la consapevolezza del proprio valore si unisce al senso di un’irrimediabile imperfezione. ”

[Tratto dalle Avventure di Jason Velasco]

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ARCANI

Pubblicato da Loris su Gennaio 1, 2009

… è il mio nuovo progetto poetico, che scaturisce dall’incontro di un ideale con un limite. Un positivo con un negativo.

L’ideale (il positivo) è quello di una letteratura intertestuale, svincolata dal supporto cartaceo: una letteratura di cui il world wide web, per la prima volta, ha lasciato intuire la forma e ne ha resa manifesta la possibilità (aggiungerei la ‘necessità’), ma di cui al momento esso è appena un pallido riflesso, come l’universo fisico nei confronti delle idee platoniche.
Il limite (il negativo) è rappresentato dalla mia personale incapacità di dare una forma organica all’insieme dei componimenti prodotti nell’arco di oltre vent’anni, dall’adolescenza ad oggi. Più volte m’era parso di poterne ricavare almeno una silloge, selezionando alcuni dei componimenti in base a reciproche affinità e contenuti, nonché a criteri formali ed estetici. Tutto inutile. Ogni volta che m’era parso di conseguire un risultato, se non senz’altro valido, almeno accettabile, si manifestava il tarlo del dubbio a suggerirmi di togliere questo e aggiungere piuttosto quello, lasciato prima forse ingiustamente in disparte. E allora perché non quell’altro anche, a cui mi legavano particolari emozioni e antichi ricordi? Ma non appena sostituite alcune tessere, il mosaico della silloge così faticosamente concepito saltava all’aria: non aveva più alcun senso, una nuova struttura andava concepita e una nuova selezione andava fatta.

E così accadde molte e molte volte.

Perché allora, si dirà, non costruire una silloge di tutto il materiale, senza esclusione alcuna? No, non era possibile: troppo diversi fra loro i componimenti: per ispirazione, contenuti, strutture formali, lingua, capacità espressive, maturità umana e stilistica. Ne sarebbe uscita forse una raccolta antologica appropriata per un poeta scomparso (a prescindere da qualunque giudizio di valore, ben inteso), ma certamente non una silloge organica, degna opera prima di un poeta, se non più giovanissimo, ancora abbastanza giovane…

Non, su carta questa operazione non avrebbe funzionato.

Su carta no, ma… sul web? Perché allora non pensare ad un ipertesto che raccolga tutti i componimenti, senza pretendere di assegnare loro un forma chiusa, un significato globale predeterminato, ma suggerendo una struttura aperta a molteplici percorsi di lettura e livelli di significato? Un’operazione impossibile, per sua natura, sulla carta, ma naturalissima nel mondo di internet.

E così nacque ARCANI.

Lo strumento che ARCANI utilizza, dal punto di vista informatico, è semplicemente un blog, benché non appaia tale: le etichette (tag) sono utilizzate per contrassegnare ogni componimento con un particolare significato (anche più d’uno per un componimento), in modo tale che, richiamando un’etichetta, si richiama la selezione dei componimenti contrassegnati. Nello specifico, ho immaginato di intersecare la totalità dei miei componimenti con i ventidue arcani dei tarocchi, che anch’essi costituiscono una totalità: la totalità dei significati con cui il pensiero esoterico interpretava il mondo. Un’altra serie di etichette contrassegna i componimenti sulla falsariga di un’altra visione totalizzante, sempre attinta dal pensiero esoterico: la Grande Opera alchemica nelle sue fasi (Solve et Coagula, Nozze alchemiche). Con qualche ironica libertà: come quando riservo, ai miei componimenti più strambi, una sezione intitolata Loppe d’Athanor: scorie d’altoforno: sottoprodotti. Come limatura di ferro in un’officina, o trucioli di legno in una segheria.

È chiaro che molto lavoro ancora andrà fatto. Lo strumento informatico del blog non è particolarmente sofisticato, ha limiti evidenti e pertanto i percorsi di lettura e i livelli interpretativi sono ben lontani dall’essere infiniti; ma sono tuttavia molteplici, ed è questo ciò che conta, al momento: indicare una via che, è mio auspicio, possa essere seguita da altri.

Poiché questa letteratura, la letteratura del futuro, sarà sempre meno voce lirica individuale, e sempre più canto corale collettivo.

ARCANI è al sito http://lorisbagnara01.blogspot.com/

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IL DIARIO DI MRT DEMML

Pubblicato da Loris su Giugno 3, 2008

Nello stesso spirito di Frammenti, è il nuovo racconto pubblicato on line dall’autore.

Al sito http://lorisbagnara02.blogspot.com/

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Humor nero

Pubblicato da Loris su Aprile 8, 2008

  1. Investe uomo invisibile che attraversa sulle strisce pedonali. Concesse le attenuanti generiche.
  2. Bomba a un funerale. Un morto.
  3. Rettifica. Bomba a un funerale. Illeso il morto.
  4. Precipita aereo su cimitero. Tutti morti.
  5. La donna è la metà dell’uomo, così come l’uomo è la metà della donna. Purtroppo per entrambi, però, la metà sbagliata.

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Paradossi della relatività

Pubblicato da Loris su Febbraio 18, 2008

Sono anni che rifletto sulle implicazioni della teoria della relatività: su quelle trasformazioni matematiche che legano in maniera apparentemente ineccepibile spazio e tempo; tormentato dalla viva sensazione che da qualche parte debbano condurre a macrosopiche incongruenze fisiche.
Il problema, si dirà, è già stato ampiamente dibattuto: chi non ricorda il celebre “paradosso dei gemelli”? Vi sono due gemelli; uno resta sulla Terra, l’altro parte per un viaggio interplanetario. Al suo ritorno, il viaggiatore scopre di essere più giovane del fratello, e ciò lo meraviglia perché si sarebbe aspettato il contrario. Ciascuno dei gemelli, infatti, dal proprio punto di vista ossia rispetto al proprio sistema di riferimento  ha osservato l’altro allontanarsi e poi riavvicinarsi, di conseguenza, pensano, dev’essere l’altro a subire gli effetti della contrazione temporale. La teoria della relatività prevede che nei sistemi in movimento il tempo rallenti rispetto al sistema fisso di riferimento: poiché ciascuno dei gemelli vede sé stesso come un sistema fisso di riferimento, ciascuno è portato a credere che debba essere l’altro a restare più giovane. Ovviamente non possono avere ragione entrambi: il tempo rallenta solo per il viaggiatore, afferma la teoria.
La soluzione del paradosso consisterebbe nell’osservazione che il sistema di riferimento del gemello viaggiatore non è inerziale, perché è soggetto a fasi di accelerazione: alla partenza, al momento di invertire la rotta e infine al rientro sulla Terra; dunque, non possono essere trascurati gli effetti dell’accelerazione prodotta dalla forza di inerzia. Cito dall’Enciclopedia Europea, lemma Relatività:

“[...] Infatti tutti i moti sono relativi ma nella relatività ristretta l’accelerazione è assoluta, esattamente come nella meccanica di Newton. Una particella libera non andrebbe mai spontaneamente da P a Q e poi di nuovo a Q. Di fatto, dunque, il secondo gemello risulta, alla fine, più giovane del primo perché i suoi processi biologici sono stati rallentati dalle forze di inerzia [...]“.

Sembrerebbe una spiegazione sensata, anche se di primo acchito verrebbe da chiedersi che tipo di processi certamente non biologici possano essere rallentati in un protone o un elettrone portati a velocità prossime a quella della luce, come si osserva negli acceleratori di particelle. Sembrerebbe una spiegazione sensata, dicevo; ma a ben vedere riduce a un non senso, o meglio a una tautologia, il principio di equivalenza posto dalla relatività generale. Tale principio afferma che massa inerziale e massa gravitazionale sono sempre uguali; ciò implica che gli effetti di un moto accelerato su un osservatore sono equivalenti a quelli di un campo gravitazionale. Ma allora, viene da chiedersi, è il principio di equivalenza a discendere dal principio di relatività di tutti i moti, oppure è il contrario? In altri termini, è l’inerzia uno degli effetti  relativistici (fra cui anche la contrazione del tempo), oppure ne é la causa, come lascia intendere la ’spiegazione’ del paradosso dei gemelli sopra riportata? Andando oltre: aldilà dell’eleganza matematica e delle convalide sperimentali che la teoria della relatività può vantare, siamo in grado di attribuire un significato fisico ai principi di cui sopra? In parole semplici: quale universo intende descrivere la teoria della relatività?
E poi, anche a prescindere dalle implicazioni più squisitamente filosofiche, il paradosso dei gemelli è tutt’altro che risolto. Introduciamo un terzo gemello; immaginiamo che egli lasci la Terra nello stesso momento del secondo gemello, ma su un’altra astronave, e che i due viaggino appaiati finché il secondo non inverte la rotta per tornare alla Terra; immaginiamo che il terzo gemello prosegua il suo viaggio alla stessa velocità, finché anch’egli non decide di fare ritorno. Tornato anch’egli sulla Terra, scoprirà di essere ora il più giovane dei tre: infatti, su di lui l’effetto relativistico della contrazione temporale si è applicato per un periodo di tempo più lungo, poiché il suo viaggio è stato più lungo di quello del secondo (nel sistema di riferimento del primo gemello, ossia della Terra).  Ebbene questo è ciò che afferma la teoria, ma se tentiamo di darne conto utilizzando la medesima ’spiegazione’ avanzata sopra si giunge a conclusioni imbarazzanti per il buon senso: infatti, possiamo tranquillamente immaginare che i viaggi del secondo e del terzo gemello siano stati, a parte la lunghezza, perfettamente identici nelle manovre necessarie per partire, invertire la rotta e ridiscendere sulla terra; di conseguenza, pure identiche saranno state le forze di inerzia subìte dai due viaggiatori. Ora, la conclusione imbarazzante è questa: i due gemelli viaggiatori, pur avendo subìto le stesse identiche forze inerziali (giudicate come la causa della contrazione  temporale, vedi sopra), riscontrano una diversa contrazione temporale, che a questo punto non potrà che essere imputata (a parità di tutte le altre condizioni) proprio alla durata della fase stazionaria dei viaggi. Per essere chiari, il non senso della ’spiegazione’ del paradosso si rivela il seguente: partiti con l’attribuire alle forze inerziali la causa della contrazione temporale, si finisce con lo scoprire che l’entità della contrazione stessa è determinata non dalle forze inerziali subìte dai viaggiatori, bensì dalle differenti durate delle fasi stazionarie dei rispettivi viaggi, fasi in cui non manifestandosi forze inerziali i due sistemi di riferimento (le astronavi dei due gemelli) possono considerarsi sistemi inerziali! Il paradosso, ben lungi dal risolversi, si complica… 

Vi invito ora a riflettere su un altro paradosso (di mia formulazione) e a suggerire eventuali soluzioni: Il paradosso dell’orologiaio spaziale.

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Voci del tubo (catodico)

Pubblicato da Loris su Gennaio 11, 2008

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Il volgo è sereno — nel gran bel paese
lo Stato profonde — e non bada a spese
stan tutti nel giuoco — finché può durar;
ma v’è chi s’indigna — e quindi s’appresta
a chiudere il giuoco — a spegner la festa
e furbi e ladroni — a sì castigar!

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

È chiaro il sistema — tangenti e mazzette
gli appalti una torta — divisa per fette
« Lo scandalo è ora — che debba finir! »
è il grido di guerra — di ogni procura
qui non si indietreggia — qui non si ha paura
chiunque ha sbagliato — si deve punir!

Dai guardi dubbiosi — dai pavidi volti
qual raggio di sole — da nuvoli folti
traluce de’ padri — la fiera virtù:
ne’ guardi ne’ volti — confuso ed incerto
si mesce e discorda — lo spregio sofferto
col misero orgoglio — d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso — si sperde tremante
per torti sentieri — con passo vagante
fra tema e desire — s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira — scorata e confusa
de’ crudi signori — la turba diffusa
che fugge le toghe — che sosta non ha.

Ansanti li vede — quai trepide fere
lucenti per tema — le calve criniere
le patrie galere — d’Italia stipar;
e quivi deposta — l’usata minaccia
la stolta superbia — la pubblica faccia
i complici ansiosi — ansiosi guatar.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

E sopra i gementi — con avido brando
quai cani disciolti — correndo frugando
da ritta da manca — guerrieri venir:
li vede e rapito — d’ignoto contento
con l’agile speme — precorre l’evento
e sogna la fine — del duro servir.

Udite! Quei forti — che tengono il campo
che ai vostri tiranni — precludon lo scampo
son veri italioti — del piano padan:
sospeser le gioie — d’uffici lucrosi
assursero in fretta — dai campi operosi
chiamati repente — da squillo guerrier.

A torme di terra — passarono in terra
cantando giulive — canzoni di guerra
ma i ricchi opifici — pensando nel cor:
han carca la fronte — di torvi pensieri
han teso coccarde — sui loro destrieri
fur tutti a Pontida — che cupa tuonò.

E già ’l volgo sogna — ‘l suo novo futuro
è forte quel duce — che dice l’ha duro
il suo brando levato — che tregua non dà;
promette a quel volgo — riscatto sicuro
i rei dello scempio — saran messi al muro
chi ha troppo dato — il maltolto riavrà.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

Novanta più quattro — è l’anno mondiale:
un grido percorre — l’intero stivale
a unire ogni cuore — ne’ patri color:
e già “Forza Italia!” — è l’inno stranito
che il furbo politico — ha messo a partito
chiamando a dar voto — ai moti del cuor.

« Dell’Utri mafioso! » — Santoro fazioso
con Biagi e Luttazzi — è messo a riposo
l’Editto di Sofia — fa purga in tivù:
un solo padrone — controlla i mass media
danaro e potere — concentrano invidia
sull’uomo che aspira — a salire più su.

Poi uguale sinistra — avvicenda la destra
la danza non cambia — la stessa minestra
gli antichi costumi — son duri a morir:
riapron le porte — ai vecchi dannati
son santi son martiri — perseguitati
che iniqua giustizia — volle colpir!

« Le toghe brandiscono — falci e martelli! »
si sguainano spade — s’incoccan quadrelli
schierate le parti — son pronte a pugnar:
si vedon le lance — calate sui petti
a canto agli scudi — rasente agli elmetti
si senton le frecce — fischiando volar.

« In Mediaset virtus » — « Fininvest insana »
lo scontro si alza — la gente si sbrana
prevalgon l’ingiuria — il colpo sleal:
ma è tutta una scena — pel popol balordo
di sotto’l baccano — v’è’l tacito accordo
di fare attenzione — a non farsi del mal.

E il premio sperato — promesso dai forti
sarebbe o delusi — rivolger le sorti
d’un volgo disperso — por fine al dolor?
Tornate alla vostra — tivù spazzatura
alle opere soap — alla falsa cultura
bifolchi prognati — di servo stupor!

Il forte si mesce — col vinto nemico
col novo signore — rimane l’antico
l’un popolo e l’altro — sul collo vi sta
dividono i servi — dividon gli armenti
si posano insieme — sui campi cruenti
d’un volgo disperso — che nome non ha.

Il volgo disperso — ritorna alla siesta
distoglie l’orecchio — reclina la testa
ai catodi invasi — da insulsi talk show
colpito da novo — e crescente torpor!

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

è tutto perduto — perfino il pudor.

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Esistenza dell’anima

Pubblicato da Loris su Gennaio 7, 2008

Il pensiero moderno si è definitivamente sbarazzato, da tempo, del pregiudizio circa la corrispondenza ‘ontologica’ fra nome – concetto mentale - realtà fisica di un ente. Oggi diciamo che il nome è un simbolo che designa un concetto, e che il concetto è una rappresentazione dell’ente. Ma che cosa resta dell’ente, dunque? Se pronuncio la parola ’sasso’, e penso a un ’sasso’, e afferro un ’sasso’, che cos’è questo ente che mi trovo in mano? Ed è appropriato definirlo ‘ente’? Di primo acchito sembra inevitabile rispondere di sì: se in qualche modo siamo in grado di interagire con oggetti, e di vivere in mezzo ad essi e tramite essi, allora in qualche modo questi oggetti dovranno avere una ‘realtà’ (o una ‘virtualità’), che consenta di delimitare, circoscrivere, definire quell’oggetto, rigorosamente, rispetto a tutti gli altri. Sembra ovvio che debba essere così, eppure non è così ovvio: se non ci penso troppo su, il sasso che tengo in mano esiste; ma se comincio a pensarci, non esiste più (vedi S. Agostino e il tempo). Ad esempio, penso che in ogni istante quel sasso scambia materia ed energia con l’ambiente (perde molecole di minerale per sublimazione, riceve molecole di acqua assorbendo umidità dall’aria, si riscalda o si raffredda e così via); pertanto, a rigore, quel sasso che tengo in mano non è lo stesso che ho afferrato pochi minuti prima; ma allora come posso affermare che si tratta dello stesso sasso? Al limite, posso immaginare di possedere un’automobile, alla quale sostituisco ogni giorno un pezzo: oggi una ruota, domani un cilindro, dopodomani la batteria e così avanti, in modo tale che non si possa mai dire che ho cambiato auto, perché si tratta della stessa auto, anche quando a un certo punto avrò cambiato tutti i pezzi dell’auto originale e quindi non avrà più senso dire che si tratta della stessa auto.
Un evidente paradosso, che diviene sconcertante se applicato alla macchina pensante: l’uomo. Ciascuno di noi possiede intuitivamente la certezza di essere la stessa persona di un momento prima, di un’ora prima, di un giorno prima: la persistenza e l’identità del proprio io è un fatto (apparentemente) indubitabile. Se restiamo nell’ambito del paradigma scientifico materialista, che concepisce l’io cosciente come un sottoprodotto della materia organizzata (il cervello), la persistenza e l’identità dell’io costituisce un grosso problema. Se l’io cosciente origina dalla materia, e se esso persiste identico nel tempo, allora sembra inevitabile postulare l’esistenza di un corpo materiale che persiste identico nel tempo. (Voglio precisare che quando parlo di persistenza dell’io non mi riferisco evidentemente ai contenuti mentali, che naturalmente cambiano ogni istante, ma al quel filo che lega tutti i contenuti mentali, variabili, nella coscienza di un individuo che può affermare ogni istante di essere sé stesso). Purtroppo bisogna dire che siffatto corpo materiale è introvabile: non è il cervello né si trova nel cervello, perché anche il cervello, come il sasso di poc’anzi, muta ogni istante: sinapsi che si creano, altre che si distruggono, cellule che muoiono, stati elettrochimici che variano, ricordi che si formano altri che svaniscono. Se cercassi di definire l’identità del mio io attraverso l’identità del mio cervello, dovrei concludere a rigore che non esisto. Per questa via, perfino un fatto tanto ovvio come l’esistenza del mio corpo perde consistenza: che cos’è il mio corpo? Come definire e circoscrivere, rigorosamente, la macchina del mio corpo rispetto all’ambiente naturale, se questa macchina ogni istante introduce molecole (aria, acqua, cibo) e ne espelle altre (altra aria, altra acqua, altra materia); se cellule muoiono e altre nascono; se può perdere parti e riceverne altre artificiali; se in una parola, questo corpo non è mai identico a sé stesso? Per questa via, tutto sembra dissolversi in una paurosa inconsistenza: gli enti non esistono, esiste solo il divenire, ma il divenire di che cosa, se non degli enti, che però non esistono?
Queste argomentazioni, che apparentemente conducono ad un esito nichilistico, a ben riflettere giungono ad offrire un dono assai prezioso, che è la dimostrazione dell’illogicità del paradigma materialista. Abbiamo visto che nell’ottica materialista l’esistenza e la persistenza dell’io è inspiegabile; eppure, esistenza e persistenza dell’io sono un fatto intimamente e intuitivamente indubitabile, anzi, l’unica cosa di cui non si può dubitare (cogito ergo sum). Dunque va ricercato qualcos’altro che sia permanente e identico a sé stesso: che altro se non l’anima? Ecco l’esito insperato: per rendere conto dell’esistenza e permanenza dell’io, siamo giunti alla necessità di postulare l’esistenza dell’anima; o meglio (ad evitare il termine un po’ logoro) del Sé; o ancora meglio, comunque lo si voglia chiamare, dell’autocoscienza come principio primo e irriducibile…

… a meno che l’io non sia realmente persistente; a meno che non sia creato in questo istante ed esista per un solo istante con un bagaglio di ricordi fittizi tali da creare l’inganno della profondità temporale…

… potrei essere creato ora…

… no, in questo, istante…

… anzi, in questo…

… Che stavo dicendo?

 [ Vedi LA COLPA | 305 ]

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Speculazioni filosofico-finanziarie

Pubblicato da Loris su Dicembre 13, 2007

Vi confesso un segreto: sto per diventare milionario speculando in borsa, con una tecnica appresa su un trattato* dell’alchimista Fulcanelli, dove c’è un passaggio che mi è rimasto oscuro sino a poco tempo fa, eccolo:
 ”Rifuggi l’azione, la tua via è l’opzione, ma dalla terza luna in avanti; a ogni quarto fai più uno meno due più uno, che sia circa zero; sopra e sotto, non ti curar dei corsi; e questo è tutto”.
Estremamente chiaro.

* Il misterioso, leggendario, famigerato, introvabile, impronunciabile Necroeconomicon.

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