IL DIARIO DI MRT DEMML
Pubblicato da Loris su Giugno 3, 2008
Nello stesso spirito di Frammenti, è il nuovo racconto pubblicato on line dall’autore.
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Pubblicato da Loris su Giugno 3, 2008
Nello stesso spirito di Frammenti, è il nuovo racconto pubblicato on line dall’autore.
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Pubblicato da Loris su Maggio 1, 2008
… è il nuovo progetto poetico dell’autore.
Nello stesso spirito di Frammenti, raccoglie tutta la mia produzione poetica, incrociandola con le chiavi di lettura fornite dagli Arcani dei tarocchi.
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Pubblicato da Loris su Aprile 8, 2008
La donna è la metà dell’uomo, così come l’uomo è la metà della donna.
Purtroppo per entrambi, però, la metà sbagliata.
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Pubblicato da Loris su Febbraio 18, 2008
Sono anni che rifletto sulle implicazioni della teoria della relatività: su quelle trasformazioni matematiche che legano – in maniera apparentemente ineccepibile – spazio e tempo; tormentato dalla viva sensazione che da qualche parte debbano condurre a macrosopiche incongruenze fisiche.
Il problema, si dirà, è già stato ampiamente dibattuto: chi non ricorda il celebre “paradosso dei gemelli”? Vi sono due gemelli; uno resta sulla Terra, l’altro parte per un viaggio interplanetario. Al suo ritorno, il viaggiatore scopre di essere più giovane del fratello, e ciò lo meraviglia perché si sarebbe aspettato il contrario. Ciascuno dei gemelli, infatti, dal proprio punto di vista – ossia rispetto al proprio sistema di riferimento – ha osservato l’altro allontanarsi e poi riavvicinarsi, di conseguenza, pensano, dev’essere l’altro a subire gli effetti della contrazione temporale. La teoria della relatività prevede che nei sistemi in movimento il tempo rallenti rispetto al sistema fisso di riferimento: poiché ciascuno dei gemelli vede sé stesso come un sistema fisso di riferimento, ciascuno è portato a credere che debba essere l’altro a restare più giovane. Ovviamente non possono avere ragione entrambi: il tempo rallenta solo per il viaggiatore, afferma la teoria.
La soluzione del paradosso consisterebbe nell’osservazione che il sistema di riferimento del gemello viaggiatore non è inerziale, perché è soggetto a fasi di accelerazione: alla partenza, al momento di invertire la rotta e infine al rientro sulla Terra; dunque, non possono essere trascurati gli effetti dell’accelerazione prodotta dalla forza di inerzia. Cito dall’Enciclopedia Europea, lemma Relatività:
“[...] Infatti tutti i moti sono relativi ma nella relatività ristretta l’accelerazione è assoluta, esattamente come nella meccanica di Newton. Una particella libera non andrebbe mai spontaneamente da P a Q e poi di nuovo a Q. Di fatto, dunque, il secondo gemello risulta, alla fine, più giovane del primo perché i suoi processi biologici sono stati rallentati dalle forze di inerzia [...]“.
Sembrerebbe una spiegazione sensata, anche se di primo acchito verrebbe da chiedersi che tipo di processi – certamente non biologici – possano essere rallentati in un protone o un elettrone portati a velocità prossime a quella della luce, come si osserva negli acceleratori di particelle. Sembrerebbe una spiegazione sensata, dicevo; ma a ben vedere riduce a un non senso, o meglio a una tautologia, il principio di equivalenza posto dalla relatività generale. Tale principio afferma che massa inerziale e massa gravitazionale sono sempre uguali; ciò implica che gli effetti di un moto accelerato su un osservatore sono equivalenti a quelli di un campo gravitazionale. Ma allora, viene da chiedersi, è il principio di equivalenza a discendere dal principio di relatività di tutti i moti, oppure è il contrario? In altri termini, è l’inerzia uno degli effetti relativistici (fra cui anche la contrazione del tempo), oppure ne é la causa, come lascia intendere la ’spiegazione’ del paradosso dei gemelli sopra riportata? Andando oltre: aldilà dell’eleganza matematica e delle convalide sperimentali che la teoria della relatività può vantare, siamo in grado di attribuire un significato fisico ai principi di cui sopra? In parole semplici: quale universo intende descrivere la teoria della relatività?
E poi, anche a prescindere dalle implicazioni più squisitamente filosofiche, il paradosso dei gemelli è tutt’altro che risolto. Introduciamo un terzo gemello; immaginiamo che egli lasci la Terra nello stesso momento del secondo gemello, ma su un’altra astronave, e che i due viaggino appaiati finché il secondo non inverte la rotta per tornare alla Terra; immaginiamo che il terzo gemello prosegua il suo viaggio alla stessa velocità, finché anch’egli non decide di fare ritorno. Tornato anch’egli sulla Terra, scoprirà di essere ora il più giovane dei tre: infatti, su di lui l’effetto relativistico della contrazione temporale si è applicato per un periodo di tempo più lungo, poiché il suo viaggio è stato più lungo di quello del secondo (nel sistema di riferimento del primo gemello, ossia della Terra). Ebbene questo è ciò che afferma la teoria, ma se tentiamo di darne conto utilizzando la medesima ’spiegazione’ avanzata sopra si giunge a conclusioni imbarazzanti per il buon senso: infatti, possiamo tranquillamente immaginare che i viaggi del secondo e del terzo gemello siano stati, a parte la lunghezza, perfettamente identici nelle manovre necessarie per partire, invertire la rotta e ridiscendere sulla terra; di conseguenza, pure identiche saranno state le forze di inerzia subìte dai due viaggiatori. Ora, la conclusione imbarazzante è questa: i due gemelli viaggiatori, pur avendo subìto le stesse identiche forze inerziali (giudicate come la causa della contrazione temporale, vedi sopra), riscontrano una diversa contrazione temporale, che a questo punto non potrà che essere imputata (a parità di tutte le altre condizioni) proprio alla durata della fase stazionaria dei viaggi. Per essere chiari, il non senso della ’spiegazione’ del paradosso si rivela il seguente: partiti con l’attribuire alle forze inerziali la causa della contrazione temporale, si finisce con lo scoprire che l’entità della contrazione stessa è determinata non dalle forze inerziali subìte dai viaggiatori, bensì dalle differenti durate delle fasi stazionarie dei rispettivi viaggi, fasi in cui – non manifestandosi forze inerziali – i due sistemi di riferimento (le astronavi dei due gemelli) possono considerarsi sistemi inerziali! Il paradosso, ben lungi dal risolversi, si complica…
Vi invito ora a riflettere su un altro paradosso (di mia formulazione) e a suggerire eventuali soluzioni: Il paradosso dell’orologiaio spaziale.
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Pubblicato da Loris su Gennaio 11, 2008
Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!
Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;
ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!
Il volgo è sereno — nel gran bel paese
lo Stato profonde — e non bada a spese
stan tutti nel giuoco — finché può durar;
ma v’è chi s’indigna — e quindi s’appresta
a chiudere il giuoco — a spegner la festa
e furbi e ladroni — a sì castigar!
Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!
È chiaro il sistema — tangenti e mazzette
gli appalti una torta — divisa per fette
« Lo scandalo è ora — che debba finir! »
è il grido di guerra — di ogni procura
qui non si indietreggia — qui non si ha paura
chiunque ha sbagliato — si deve punir!
Dai guardi dubbiosi — dai pavidi volti
qual raggio di sole — da nuvoli folti
traluce de’ padri — la fiera virtù:
ne’ guardi ne’ volti — confuso ed incerto
si mesce e discorda — lo spregio sofferto
col misero orgoglio — d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso — si sperde tremante
per torti sentieri — con passo vagante
fra tema e desire — s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira — scorata e confusa
de’ crudi signori — la turba diffusa
che fugge le toghe — che sosta non ha.
Ansanti li vede — quai trepide fere
lucenti per tema — le calve criniere
le patrie galere — d’Italia stipar;
e quivi deposta — l’usata minaccia
la stolta superbia — la pubblica faccia
i complici ansiosi — ansiosi guatar.
Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!
E sopra i gementi — con avido brando
quai cani disciolti — correndo frugando
da ritta da manca — guerrieri venir:
li vede e rapito — d’ignoto contento
con l’agile speme — precorre l’evento
e sogna la fine — del duro servir.
Udite! Quei forti — che tengono il campo
che ai vostri tiranni — precludon lo scampo
son veri italioti — del piano padan:
sospeser le gioie — d’uffici lucrosi
assursero in fretta — dai campi operosi
chiamati repente — da squillo guerrier.
A torme di terra — passarono in terra
cantando giulive — canzoni di guerra
ma i ricchi opifici — pensando nel cor:
han carca la fronte — di torvi pensieri
han teso coccarde — sui loro destrieri
fur tutti a Pontida — che cupa tuonò.
E già ’l volgo sogna — ‘l suo novo futuro
è forte quel duce — che dice l’ha duro
il suo brando levato — che tregua non dà;
promette a quel volgo — riscatto sicuro
i rei dello scempio — saran messi al muro
chi ha troppo dato — il maltolto riavrà.
Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!
Novanta più quattro — è l’anno mondiale:
un grido percorre — l’intero stivale
a unire ogni cuore — ne’ patri color:
e già “Forza Italia!” — è l’inno stranito
che il furbo politico — ha messo a partito
chiamando a dar voto — ai moti del cuor.
« Dell’Utri mafioso! » — Santoro fazioso
con Biagi e Luttazzi — è messo a riposo
l’Editto di Sofia — fa purga in tivù:
un solo padrone — controlla i mass media
danaro e potere — concentrano invidia
sull’uomo che aspira — a salire più su.
Poi uguale sinistra — avvicenda la destra
la danza non cambia — la stessa minestra
gli antichi costumi — son duri a morir:
riapron le porte — ai vecchi dannati
son santi son martiri — perseguitati
che iniqua giustizia — volle colpir!
« Le toghe brandiscono — falci e martelli! »
si sguainano spade — s’incoccan quadrelli
schierate le parti — son pronte a pugnar:
si vedon le lance — calate sui petti
a canto agli scudi — rasente agli elmetti
si senton le frecce — fischiando volar.
« In Mediaset virtus » — « Fininvest insana »
lo scontro si alza — la gente si sbrana
prevalgon l’ingiuria — il colpo sleal:
ma è tutta una scena — pel popol balordo
di sotto’l baccano — v’è’l tacito accordo
di fare attenzione — a non farsi del mal.
E il premio sperato — promesso dai forti
sarebbe o delusi — rivolger le sorti
d’un volgo disperso — por fine al dolor?
Tornate alla vostra — tivù spazzatura
alle opere soap — alla falsa cultura
bifolchi prognati — di servo stupor!
Il forte si mesce — col vinto nemico
col novo signore — rimane l’antico
l’un popolo e l’altro — sul collo vi sta
dividono i servi — dividon gli armenti
si posano insieme — sui campi cruenti
d’un volgo disperso — che nome non ha.
Il volgo disperso — ritorna alla siesta
distoglie l’orecchio — reclina la testa
ai catodi invasi — da insulsi talk show
colpito da novo — e crescente torpor!
Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!
Ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!
Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;
è tutto perduto — perfino il pudor.
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Pubblicato da Loris su Gennaio 7, 2008
Il pensiero moderno si è definitivamente sbarazzato, da tempo, del pregiudizio circa la corrispondenza ‘ontologica’ fra nome - concetto mentale - realtà fisica di un ente. Oggi diciamo che il nome è un simbolo che designa un concetto, e che il concetto è una rappresentazione dell’ente. Ma che cosa resta dell’ente, dunque? Se pronuncio la parola ’sasso’, e penso a un ’sasso’, e afferro un ’sasso’, che cos’è questo ente che mi trovo in mano? Ed è appropriato definirlo ‘ente’? Di primo acchito sembra inevitabile rispondere di sì: se in qualche modo siamo in grado di interagire con oggetti, e di vivere in mezzo ad essi e tramite essi, allora in qualche modo questi oggetti dovranno avere una ‘realtà’ (o una ‘virtualità’), che consenta di delimitare, circoscrivere, definire quell’oggetto, rigorosamente, rispetto a tutti gli altri. Sembra ovvio che debba essere così, eppure non è così ovvio: se non ci penso troppo su, il sasso che tengo in mano esiste; ma se comincio a pensarci, non esiste più (vedi S. Agostino e il tempo). Ad esempio, penso che in ogni istante quel sasso scambia materia ed energia con l’ambiente (perde molecole di minerale per sublimazione, riceve molecole di acqua assorbendo umidità dall’aria, si riscalda o si raffredda e così via); pertanto, a rigore, quel sasso che tengo in mano non è lo stesso che ho afferrato pochi minuti prima; ma allora come posso affermare che si tratta dello stesso sasso? Al limite, posso immaginare di possedere un’automobile, alla quale sostituisco ogni giorno un pezzo: oggi una ruota, domani un cilindro, dopodomani la batteria e così avanti, in modo tale che non si possa mai dire che ho cambiato auto, perché si tratta della stessa auto, anche quando a un certo punto avrò cambiato tutti i pezzi dell’auto originale e quindi non avrà più senso dire che si tratta della stessa auto.
Un evidente paradosso, che diviene sconcertante se applicato alla macchina pensante: l’uomo. Ciascuno di noi possiede intuitivamente la certezza di essere la stessa persona di un momento prima, di un’ora prima, di un giorno prima: la persistenza e l’identità del proprio io è un fatto (apparentemente) indubitabile. Se restiamo nell’ambito del paradigma scientifico materialista, che concepisce l’io cosciente come un sottoprodotto della materia organizzata (il cervello), la persistenza e l’identità dell’io costituisce un grosso problema. Se l’io cosciente origina dalla materia, e se esso persiste identico nel tempo, allora sembra inevitabile postulare l’esistenza di un corpo materiale che persiste identico nel tempo. (Voglio precisare che quando parlo di persistenza dell’io non mi riferisco evidentemente ai contenuti mentali, che naturalmente cambiano ogni istante, ma al quel filo che lega tutti i contenuti mentali, variabili, nella coscienza di un individuo che può affermare ogni istante di essere sé stesso). Purtroppo bisogna dire che siffatto corpo materiale è introvabile: non è il cervello né si trova nel cervello, perché anche il cervello, come il sasso di poc’anzi, muta ogni istante: sinapsi che si creano, altre che si distruggono, cellule che muoiono, stati elettrochimici che variano, ricordi che si formano altri che svaniscono. Se cercassi di definire l’identità del mio io attraverso l’identità del mio cervello, dovrei concludere a rigore che non esisto. Per questa via, perfino un fatto tanto ovvio come l’esistenza del mio corpo perde consistenza: che cos’è il mio corpo? Come definire e circoscrivere, rigorosamente, la macchina del mio corpo rispetto all’ambiente naturale, se questa macchina ogni istante introduce molecole (aria, acqua, cibo) e ne espelle altre (altra aria, altra acqua, altra materia); se cellule muoiono e altre nascono; se può perdere parti e riceverne altre artificiali; se in una parola, questo corpo non è mai identico a sé stesso? Per questa via, tutto sembra dissolversi in una paurosa inconsistenza: gli enti non esistono, esiste solo il divenire, ma il divenire di che cosa, se non degli enti, che però non esistono?
Queste argomentazioni, che apparentemente conducono ad un esito nichilistico, a ben riflettere giungono ad offrire un dono assai prezioso, che è la dimostrazione dell’illogicità del paradigma materialista. Abbiamo visto che nell’ottica materialista l’esistenza e la persistenza dell’io è inspiegabile; eppure, esistenza e persistenza dell’io sono un fatto intimamente e intuitivamente indubitabile, anzi, l’unica cosa di cui non si può dubitare (cogito ergo sum). Dunque va ricercato qualcos’altro che sia permanente e identico a sé stesso: che altro se non l’anima? Ecco l’esito insperato: per rendere conto dell’esistenza e permanenza dell’io, siamo giunti alla necessità di postulare l’esistenza dell’anima; o meglio (ad evitare il termine un po’ logoro) del Sé; o ancora meglio, comunque lo si voglia chiamare, dell’autocoscienza come principio primo e irriducibile…
… a meno che l’io non sia realmente persistente; a meno che non sia creato in questo istante ed esista per un solo istante con un bagaglio di ricordi fittizi tali da creare l’inganno della profondità temporale…
… potrei essere creato ora…
… no, in questo, istante…
… anzi, in questo…
… Che stavo dicendo?
[ Vedi LA COLPA | 305 ]
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Pubblicato da Loris su Dicembre 13, 2007
Vi confesso un segreto: sto per diventare milionario speculando in borsa, con una tecnica appresa su un trattato* dell’alchimista Fulcanelli, dove c’è un passaggio che mi è rimasto oscuro sino a poco tempo fa, eccolo:
”Rifuggi l’azione, la tua via è l’opzione, ma dalla terza luna in avanti; a ogni quarto fai più uno meno due più uno, che sia circa zero; sopra e sotto, non ti curar dei corsi; e questo è tutto”.
Estremamente chiaro.
* Il misterioso, leggendario, famigerato, introvabile, impronunciabile Necroeconomicon.
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Pubblicato da Loris su Dicembre 11, 2007
Di recente la Chiesa Cattolica ha cautamente riconosciuto la possibilità che il Limbo non esista, in ritardo di almeno cinquecento anni rispetto a un’intelligenza di medio livello.
In un precedente articolo abbiamo affermato l’illogicità dell’Inferno; ora, prenderemo in esame il Purgatorio.
L’esigenza di postulare il Purgatorio nasce ovviamente dalla constatazione che nessun uomo, al termine dell’esistenza terrena, per quanto pura sia stata la condotta in vita, può essere degno di accedere immediatamente al Paradiso: di qui la necessità di un ulteriore periodo di purificazione, più o meno lungo, in cui liberarsi delle ultime scorie.
La stessa intelligenza di medio livello di cui dicevo sopra - che agevolmente si sarebbe sbarazzata del Limbo parecchi secoli fa, nonché di tanti altri orpelli e infantilismi della religione cattolica - non può non osservare che il Purgatorio, così concepito, assolve la medesima funzione della rinascita a nuove vite terrene: che differenza c’è fra il Purgatorio inteso come passaggio di espiazione ed elevazione, e la vita terrena che di per sé è essenzialmente, radicalmente, esperienza di sofferenza e purificazione?
Con quanta maggiore eleganza dottrinale e coerenza filosofica il medesimo problema viene affrontato e risolto dall’induismo (nella sua accezione più alta che è il vedanta) e dal buddhismo con le dottrine del samsara, del karman e del nirvana? E non dimentichiamo che queste dottrine - messe per iscritto nelle Upanishad ai tempi di Salomone, ma già allora assai antiche - precedono i patetici tentativi da parte di Mosé di inculcare in un “popolo dalla dura cervice” (che preferiva adorare un vitello d’oro) perfino il basilare principio del monoteismo.
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Pubblicato da Loris su Dicembre 4, 2007
Shankara insegnava nella piazza del mercato e un giorno, in uno dei vicini padiglioni, un elefante si imbizzarrì e cominciò a colpire con la proboscide tutto e tutti. Chi assistette alla scena si affrettò ad allontanarsi di corsa.
Anche Shankara li imitò e corse via lungo la strada maestra.
Mentre correva, uno dei suoi oppositori lo vide dalla finestra del primo piano e scoppiò a ridere.
— Perché fuggi, Shankara? — gli chiese. — Non sai che l’elefante è illusione?
— Sì, ma lo sono anch’io! — ribatté il filosofo, e riprese a correre.
[Tratto dalla Vita di Shankara.]
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Pubblicato da Loris su Novembre 26, 2007
Dall’Assoluto indifferenziato e impersonale (Brahman), all’Ente Supremo personale (Isvara), la creazione si dispiega lungo una concatenazione di livelli gerarchicamente collegati, richiusa su sé stessa (l’ultimo livello coincide con il primo, la causa coincide con l’effetto). Ciascun livello è creato dal livello immediatamente superiore e a sua volta esso crea quello immediatamente inferiore; ciascun livello è ‘reale’ per sé, ‘virtuale’ per quello superiore e ‘trascendente’ per quello inferiore. In altri termini, i concetti di ‘realtà’, ‘virtualità’ e ‘trascendenza’ non sono assoluti, ma dipendono dal punto di vista in relazione al livello considerato (se, rispettivamente, ‘interno’, ’superiore’ o ‘inferiore’).
Nota
Nei prossimi articoli userò la locuzione “Ente Supremo” per intendere il concetto di Assoluto indifferenziato e impersonale (ciò che l’induismo chiama Brahman), mentre userò la locuzione “Dio Supremo” per intendere il concetto di Dio attivo e personale (ciò che l’induismo chiama Isvara).
Biforcazioni per: COSMOAGONIE | 206
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