FRAMMENTI

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Archivio per Novembre 2007

I livelli della creazione

Pubblicato da Loris su Novembre 26, 2007

Dall’Assoluto indifferenziato e impersonale (Brahman), all’Ente Supremo personale (Isvara), la creazione si dispiega lungo una concatenazione di livelli gerarchicamente collegati, richiusa su sé stessa (l’ultimo livello coincide con il primo, la causa coincide con l’effetto). Ciascun livello è creato dal livello immediatamente superiore e a sua volta esso crea quello immediatamente inferiore; ciascun livello è ‘reale’ per sé, ‘virtuale’ per quello superiore e ‘trascendente’ per quello inferiore. In altri termini, i concetti di ‘realtà’, ‘virtualità’ e ‘trascendenza’ non sono assoluti, ma dipendono dal punto di vista in relazione al livello considerato (se, rispettivamente, ‘interno’, ’superiore’ o ‘inferiore’).

Nota
Nei prossimi articoli userò la locuzione “Ente Supremo” per intendere il concetto di Assoluto indifferenziato e impersonale (ciò che l’induismo chiama Brahman), mentre userò la locuzione “Dio Supremo” per intendere il concetto di Dio attivo e personale (ciò che l’induismo chiama Isvara).

Biforcazioni per: COSMOAGONIE | 206

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La creazione increata

Pubblicato da Loris su Novembre 22, 2007

Il concetto di “creazione” da parte di un Ente Supremo è logicamente insostenibile.
 Se lo si intende (come pare inevitabile) nell’accezione di “trarre una entità dal nulla”, allora ne segue che l’Ente Supremo non è illimitato (perché altrimenti includerebbe ab origine l’ente creato), né assoluto (perché risulterebbe ontologicamente definibile in opposizione all’ente creato); ciò però è in contraddizione con qualsiasi concetto sensato di Ente Supremo.
 Esclusa tale accezione di significato, non resta che intendere la creazione come autodelimitazione dell’Ente Supremo; ossia, applicazione di attributi all’Essere indifferenziato, l’Assoluto. (Del resto non si tratta di un’dea nuova: Spinoza, per primo nel pensiero occidentale, l’ha formulata con estrema chiarezza: l’Ente Supremo, o se vogliamo Dio, non può che essere indifferenziato, e le creature suoi attributi.)
 A questo punto però sorge un’altra difficoltà: se l’Ente Supremo è da intendersi come Assoluto indifferenziato, non può evidentemente intendersi come persona, né come dotata di volontà, né come agente di alcunché, perché altrimenti non sarebbe indifferenziato (se fosse persona, sarebbe soggetto distinto dall’oggetto; se fosse volontà, sarebbe potenza distinta dall’atto; se fosse agente di qualcosa, sarebbe causa distinta dall’effetto ecc. ecc.). Eppure le differenziazioni, gli attributi dell’essere esistono (la mia esistenza ne é una prova): come possono le differenze derivare dall’Assoluto indifferenziato e al medesimo tempo applicarvisi per dar luogo al limitato, al contingente, al differenziato?
 L’unica soluzione che posso vedere a questo dilemma consiste nel superamento della dicotomia causa-effetto: tale dicotomia ha senso solo se consideriamo la questione da un punto di vista interno al “creato”, immersi nel flusso del tempo, dove la causa precede l’effetto; ma se consideriamo la questione da un punto di vista esterno al “creato”, dove il tempo non esiste, allora la causa non può precedere l’effetto, ma coincide con esso: l’effetto della causa è la causa stessa. Si innesca in tal modo un “corto circuito onto-logico” che non richiede altro supporto, bastevole com’è a sé stesso.
 E se si traggono le estreme conseguenze da tale ragionamento, si arriva a questa conclusione: l’Ente Supremo, inteso come Dio padre creatore, è il risultato finale della creazione, è la summa delle creature e al tempo stesso la loro origine. Nella coincidenza di causa ed effetto, creatore e creatura, creato ed increato, indifferenziato e determinato, si trova l’espressione più compiuta di quella coincidentia oppositorum in cui da secoli i filosofi ravvedono l’Assoluto.

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Razionalità e realtà

Pubblicato da Loris su Novembre 19, 2007

“Tutto ciò che è reale è razionale; tutto ciò che è razionale è reale” (Hegel). In forza di questo principio si è dichiarato il fallimento del socialismo, uscito sconfitto dalla storia e dunque sconfitto anche sul piano teoretico.
 Tuttavia, alla luce di questo criterio dovremmo decretare il fallimento (storico e dunque teoretico)  anche di tutte le principali religioni, nessuna delle quali è riuscita a conformare la società ai propri principi.

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Il nemico inesistente

Pubblicato da Loris su Novembre 16, 2007

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi sono caduti due muri: uno, il più evidente, è quello che tagliava in due Berlino, abbattuto nel 1989; l’altro, meno evidente – perché di natura immateriale – è quello che divideva la borghesia dal proletariato.
 Se, nel corso di una guerra, una parte riesce a far credere all’altra che il nemico non esiste più, ha vinto: la parte che crede di essere rimasta sola in campo penserà di aver avuto la meglio e, proprio per questo, da quel momento qualunque colpo riceva dal nemico (ormai “occulto”) non sarà interpretato per quel che è (un colpo sferrato da un nemico), ma come un evento che rientra nell’ordine naturale delle cose, per quanto sventurato.
 E’ quel che è accaduto nel mondo a cominciare dal secondo dopoguerra: proprio quando, durante la guerra fredda, a livello internazionale le tensioni geopolitiche fra i blocchi dominati dalle due superpotenze salivano ai massimi livelli; proprio quando, nei paesi occidentali, le tensioni sociali rilanciavano l’idea della lotta di classe, alimentando lo scontro generazionale e il confronto culturale fra l’anima progressista (proletaria) e quella reazionaria (borghese); proprio in questo contesto, dagli anni ‘60 ai ‘70, non appena sbollita la fiammata rivoluzionaria (che in Italia ha avuto la coda sanguinosa del terrorismo “rosso” e “nero”, fino agli anni ‘80), proprio in questo contesto veniva gradualmente meno la ragione stessa del contendere.
 Ad un certo punto è apparso chiaro che non esisteva più alcuna linea netta di demarcazione fra le classi: venendo meno questo presupposto, viene a cadere l’idea della lotta di classe; viene a cadere la distinzione fra cultura di destra e cultura di sinistra; viene a cadere ogni ragione ideologica e culturale a sostegno di un assetto geopolitico del mondo basato sulla separazione fra un blocco borghese-capitalistico ed uno proletario-collettivistico. Caduto il muro fra le classi (immateriale), non c’era più nulla a sostenere neanche il muro (materiale) di Berlino.
 La scomparsa della classe borghese è stato il più grande capolavoro del neocapitalismo. Un trucco degno del più grande illusionista, ma dagli effetti devastanti: far credere che non esista più alcuna guerra. Uno dei combattenti è sparito dal campo di battaglia, con la conseguenza che l’altro crede di aver vinto. Quando cadde il muro di Berlino si parlò di fine della storia e si prospettò un futuro di pace sociale: quanto di più lontano dal vero! Quel che viviamo oggi è uno dei periodo più turbolenti, incerti e cupi della storia moderna. Oggi, il vecchio nemico di classe è stato prontamente sostituito da diversi fantocci creati ad arte e tenuti in piedi dall’esasperante battage dei mass-media manipolati da chi ha interesse a ciò: il nemico, oggi, a livello sociale e culturale, è l’immigrato, il musulmano, il diverso, ciò che esce dalla “sana” medietà; a livello di politica interna, sono i movimenti estremisti e radicali; a livello di politica internazionale, sono gli “stati canaglia” che alimenterebbero (?) il terrorismo.
 Ma quando e come sarebbe sparito il vecchio nemico di classe, la borghesia? Herbert Marcuse l’ha indicato più di quarant’anni fa. Innanzitutto, la borghesia ha reso un po’ borghesi tutti quanti i proletari, comprando la loro acquiescenza nei confronti del sistema con le “perline colorate” del benessere; se a ciò si aggiunge la crescente terziarizzazione dei paesi sviluppati, con la conseguente riduzione del peso e dell’importanza delle masse operaie, si può capire come il progresso economico abbia finito per indurre al silenzio buona parte della potenziale opposizione. Quanto alle forze di opposizione, alle voci critiche  che pur vi sono sempre state  e che vi sono tuttora, queste vengono quotidianamente fagocitate dal sistema, confezionate, rigettate come momenti di un interminabile e onnipervasivo spettacolo mediatico, e infine abbandonate nell’assordante rumore di fondo  dove si può udire tutto e il contrario di tutto, e quindi nulla. E poi, esiste forse ancora l’immagine del borghese di stampo ottocentesco, in marsina e cilindro, padre-padrone delle masse operaie asservite alle catene di montaggio della sua fabbrica? Oggi la grande impresa è sempre più grande, spersonalizzata, delocalizzata, con il management distinto dalla proprietà che sempre più spesso non è individuabile, non coincide più con il singolo imprenditore, con la sua famiglia illustre e potente, ma si disperde nel corpo sociale dell’azionariato diffuso. Dov’è il borghese padre-padrone, se chi guida l’impresa non è chi la possiede, e se qualunque proletario può possederne una fetta azionaria e parteciparne così agli utili? Il borghese si è fatto proletario, il proletario borghese.
 Infine, ma non ultimo, il fenomeno della globalizzazione darà il colpo finale: quel residuo di forza lavoro industriale che ancora avrebbe potuto costituire una minaccia sociale al sistema vigente, viene ineluttabilmente deportata nei paesi in via di sviluppo, ancora una volta con il miraggio di un facile benessere: merci a basso costo e “lavori sporchi” traslocati altrove.
 Come è avvenuto tutto questo? E’ semplicemente nella natura delle cose, una conseguenza naturale del più perfetto dei sistemi, quello liberal-democratico, risultato vittorioso nella competizione della storia? Se concludessimo così, cadremmo nell’errore di colui che, vedendo sgombro il campo di battaglia, crede di aver vinto la guerra. Non siamo ingenui, tutto questo non sta accadendo per caso: chi è dunque il nemico?
 C’è una sola risposta: il capitale; ancora e sempre il capitale. Con la differenza che al plusvalore, oggi, si è sostituita la rendita finanziaria (usura). Al capitale non serve più la proprietà dei mezzi di produzione per moltiplicarsi; al capitale oggi basta sé stesso per riprodursi, in una sorta di mostruosa partenogenesi che non ha eguali in natura.
 In una parola: il nemico, oggi, è l’oligarchia finanziaria internazionale.

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Essere e non-essere

Pubblicato da Loris su Novembre 14, 2007

Due sono le domande fondamentali.

1) Perché esiste qualcosa, anziché niente? (Niente sarebbe più facilmente spiegabile – Leibniz).

2) Posto che:
a) io sono un essere contingente, persona, dotato di autocoscienza;
b) esista un Dio Supremo, persona, dotato di autocoscienza, causa incausata del mio essere contingente (dottrina cristiana);
- Perché io non sono Dio e Dio non è me? (Essendo io un essere contingente, proprio perché contingente non è necessario che io sia ciò che sono; potrei essere qualunque altra persona dotata di autocoscienza: qualunque altro essere contingente oppure anche non contingente: Dio, appunto.)

Il principio di ragion sufficiente esige che vi sia sempre una ragione per cui le cose sono ciò che sono; quando si diano più alternative tutte possibili, senza che l’una escluda di necessità l’altra, allora tutte debbono essere realizzate.

Nel caso specifico posto dalla prima domanda si danno quattro alternative: a) l’essere esiste; b) l’essere non esiste; c) il non-essere esiste; d) il non-essere non esiste. Queste alternative, formalmente quattro, sostanzialmente si riducono a due: due “mondi” che coesistono al tempo stesso: il mondo A (“qualcosa esiste”) e il mondo non-A (“non esiste nulla”).  Tuttavia, come materia e antimateria, i due mondi non possono logicamente manifestarsi l’uno all’altro, benché entrambi ontologicamente reali. Da ciò deriva che la premessa su cui si fonda la prima domanda (la non necessità dell’essere), è infondata: l’essere e il non-essere sono entrambi necessari e reali. (Parmenide però affermava: l’essere è e non può non essere.)

Nel caso posto dalla seconda domanda, il principio di ragion sufficiente dà una sola via d’uscita: io sono (devo essere) Dio. Io sono (devo essere) al tempo stesso contingente e incausato. Sorprendente, no?

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L’Inferno non esiste

Pubblicato da Loris su Novembre 6, 2007

Esiste l’Inferno?

Assumiamo per ipotesi i principi della dottrina cattolica ossia:
1) il libero arbitrio esiste;
2) Dio è il Padre di tutte le creature;
3) Dio è onnipotente, onnisciente, infinitamente buono.

Osservazioni al primo principio.
In un precedente articolo ho dimostrato come il libero arbitrio sia ontologicamente impossibile, a meno che non lo si ponga quale assioma: come tale viene assunto ai fini della presente discussione.

Osservazioni al secondo principio.
Che significa  ”Dio è il Padre di tutte le creature”? S’intende dire “tutte le creature create” (effettivamente) oppure “tutte le creature creabili” (potenzialmente)? Le creature creabili sono infinite; fra queste infinite creature potenziali, ve ne sarebbero infinite che con l’uso del proprio libero arbitrio, agendo rettamente, si guadagnerebbero il Paradiso, mentre ve ne sarebbero altre che, agendo male, si meriterebbero l’Inferno (a meno che l’infinita bontà divina non renda possibile la salvezza anche di quelle creature che, in apparenza, non lo avrebbero meritato).

Osservazioni al terzo principio.
Se Dio – onnisciente – conosce il destino di ogni creatura prima ancora di crearla, è pensabile che, pur sapendo con assoluta certezza che una sua creatura è destinata al tormento eterno, Egli decida ugualmente di crearla? E’ compatibile ciò con la sua infinita bontà, dato che Egli non ha alcun obbligo? Certamente no; e a nulla vale l’obiezione che quella creatura si meriterebbe la punizione: infatti, se essa non fosse creata, non potrebbe meritarsi nulla.

Raccogliendo le osservazioni di cui sopra ne discendono due possibili alternative:
a) alla fine dei tempi Dio non avrà creato tutte le creature creabili, ma solo quelle che si meritano il Paradiso;
b) alla fine dei tempi Dio avrà creato tutte le creature creabili, ma tutte saranno salvate (apocatastasi).

In entrambi i casi l’Inferno non avrebbe ragione di esistere, perché se esistesse sarebbe necessariamente vuoto.

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