FRAMMENTI

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Archivio per Gennaio 2008

Voci del tubo (catodico)

Pubblicato da Loris su Gennaio 11, 2008

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Il volgo è sereno — nel gran bel paese
lo Stato profonde — e non bada a spese
stan tutti nel giuoco — finché può durar;
ma v’è chi s’indigna — e quindi s’appresta
a chiudere il giuoco — a spegner la festa
e furbi e ladroni — a sì castigar!

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

È chiaro il sistema — tangenti e mazzette
gli appalti una torta — divisa per fette
« Lo scandalo è ora — che debba finir! »
è il grido di guerra — di ogni procura
qui non si indietreggia — qui non si ha paura
chiunque ha sbagliato — si deve punir!

Dai guardi dubbiosi — dai pavidi volti
qual raggio di sole — da nuvoli folti
traluce de’ padri — la fiera virtù:
ne’ guardi ne’ volti — confuso ed incerto
si mesce e discorda — lo spregio sofferto
col misero orgoglio — d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso — si sperde tremante
per torti sentieri — con passo vagante
fra tema e desire — s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira — scorata e confusa
de’ crudi signori — la turba diffusa
che fugge le toghe — che sosta non ha.

Ansanti li vede — quai trepide fere
lucenti per tema — le calve criniere
le patrie galere — d’Italia stipar;
e quivi deposta — l’usata minaccia
la stolta superbia — la pubblica faccia
i complici ansiosi — ansiosi guatar.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

E sopra i gementi — con avido brando
quai cani disciolti — correndo frugando
da ritta da manca — guerrieri venir:
li vede e rapito — d’ignoto contento
con l’agile speme — precorre l’evento
e sogna la fine — del duro servir.

Udite! Quei forti — che tengono il campo
che ai vostri tiranni — precludon lo scampo
son veri italioti — del piano padan:
sospeser le gioie — d’uffici lucrosi
assursero in fretta — dai campi operosi
chiamati repente — da squillo guerrier.

A torme di terra — passarono in terra
cantando giulive — canzoni di guerra
ma i ricchi opifici — pensando nel cor:
han carca la fronte — di torvi pensieri
han teso coccarde — sui loro destrieri
fur tutti a Pontida — che cupa tuonò.

E già ’l volgo sogna — ‘l suo novo futuro
è forte quel duce — che dice l’ha duro
il suo brando levato — che tregua non dà;
promette a quel volgo — riscatto sicuro
i rei dello scempio — saran messi al muro
chi ha troppo dato — il maltolto riavrà.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

Novanta più quattro — è l’anno mondiale:
un grido percorre — l’intero stivale
a unire ogni cuore — ne’ patri color:
e già “Forza Italia!” — è l’inno stranito
che il furbo politico — ha messo a partito
chiamando a dar voto — ai moti del cuor.

« Dell’Utri mafioso! » — Santoro fazioso
con Biagi e Luttazzi — è messo a riposo
l’Editto di Sofia — fa purga in tivù:
un solo padrone — controlla i mass media
danaro e potere — concentrano invidia
sull’uomo che aspira — a salire più su.

Poi uguale sinistra — avvicenda la destra
la danza non cambia — la stessa minestra
gli antichi costumi — son duri a morir:
riapron le porte — ai vecchi dannati
son santi son martiri — perseguitati
che iniqua giustizia — volle colpir!

« Le toghe brandiscono — falci e martelli! »
si sguainano spade — s’incoccan quadrelli
schierate le parti — son pronte a pugnar:
si vedon le lance — calate sui petti
a canto agli scudi — rasente agli elmetti
si senton le frecce — fischiando volar.

« In Mediaset virtus » — « Fininvest insana »
lo scontro si alza — la gente si sbrana
prevalgon l’ingiuria — il colpo sleal:
ma è tutta una scena — pel popol balordo
di sotto’l baccano — v’è’l tacito accordo
di fare attenzione — a non farsi del mal.

E il premio sperato — promesso dai forti
sarebbe o delusi — rivolger le sorti
d’un volgo disperso — por fine al dolor?
Tornate alla vostra — tivù spazzatura
alle opere soap — alla falsa cultura
bifolchi prognati — di servo stupor!

Il forte si mesce — col vinto nemico
col novo signore — rimane l’antico
l’un popolo e l’altro — sul collo vi sta
dividono i servi — dividon gli armenti
si posano insieme — sui campi cruenti
d’un volgo disperso — che nome non ha.

Il volgo disperso — ritorna alla siesta
distoglie l’orecchio — reclina la testa
ai catodi invasi — da insulsi talk show
colpito da novo — e crescente torpor!

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

è tutto perduto — perfino il pudor.

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Esistenza dell’anima

Pubblicato da Loris su Gennaio 7, 2008

Il pensiero moderno si è definitivamente sbarazzato, da tempo, del pregiudizio circa la corrispondenza ‘ontologica’ fra nome – concetto mentale - realtà fisica di un ente. Oggi diciamo che il nome è un simbolo che designa un concetto, e che il concetto è una rappresentazione dell’ente. Ma che cosa resta dell’ente, dunque? Se pronuncio la parola ’sasso’, e penso a un ’sasso’, e afferro un ’sasso’, che cos’è questo ente che mi trovo in mano? Ed è appropriato definirlo ‘ente’? Di primo acchito sembra inevitabile rispondere di sì: se in qualche modo siamo in grado di interagire con oggetti, e di vivere in mezzo ad essi e tramite essi, allora in qualche modo questi oggetti dovranno avere una ‘realtà’ (o una ‘virtualità’), che consenta di delimitare, circoscrivere, definire quell’oggetto, rigorosamente, rispetto a tutti gli altri. Sembra ovvio che debba essere così, eppure non è così ovvio: se non ci penso troppo su, il sasso che tengo in mano esiste; ma se comincio a pensarci, non esiste più (vedi S. Agostino e il tempo). Ad esempio, penso che in ogni istante quel sasso scambia materia ed energia con l’ambiente (perde molecole di minerale per sublimazione, riceve molecole di acqua assorbendo umidità dall’aria, si riscalda o si raffredda e così via); pertanto, a rigore, quel sasso che tengo in mano non è lo stesso che ho afferrato pochi minuti prima; ma allora come posso affermare che si tratta dello stesso sasso? Al limite, posso immaginare di possedere un’automobile, alla quale sostituisco ogni giorno un pezzo: oggi una ruota, domani un cilindro, dopodomani la batteria e così avanti, in modo tale che non si possa mai dire che ho cambiato auto, perché si tratta della stessa auto, anche quando a un certo punto avrò cambiato tutti i pezzi dell’auto originale e quindi non avrà più senso dire che si tratta della stessa auto.
Un evidente paradosso, che diviene sconcertante se applicato alla macchina pensante: l’uomo. Ciascuno di noi possiede intuitivamente la certezza di essere la stessa persona di un momento prima, di un’ora prima, di un giorno prima: la persistenza e l’identità del proprio io è un fatto (apparentemente) indubitabile. Se restiamo nell’ambito del paradigma scientifico materialista, che concepisce l’io cosciente come un sottoprodotto della materia organizzata (il cervello), la persistenza e l’identità dell’io costituisce un grosso problema. Se l’io cosciente origina dalla materia, e se esso persiste identico nel tempo, allora sembra inevitabile postulare l’esistenza di un corpo materiale che persiste identico nel tempo. (Voglio precisare che quando parlo di persistenza dell’io non mi riferisco evidentemente ai contenuti mentali, che naturalmente cambiano ogni istante, ma al quel filo che lega tutti i contenuti mentali, variabili, nella coscienza di un individuo che può affermare ogni istante di essere sé stesso). Purtroppo bisogna dire che siffatto corpo materiale è introvabile: non è il cervello né si trova nel cervello, perché anche il cervello, come il sasso di poc’anzi, muta ogni istante: sinapsi che si creano, altre che si distruggono, cellule che muoiono, stati elettrochimici che variano, ricordi che si formano altri che svaniscono. Se cercassi di definire l’identità del mio io attraverso l’identità del mio cervello, dovrei concludere a rigore che non esisto. Per questa via, perfino un fatto tanto ovvio come l’esistenza del mio corpo perde consistenza: che cos’è il mio corpo? Come definire e circoscrivere, rigorosamente, la macchina del mio corpo rispetto all’ambiente naturale, se questa macchina ogni istante introduce molecole (aria, acqua, cibo) e ne espelle altre (altra aria, altra acqua, altra materia); se cellule muoiono e altre nascono; se può perdere parti e riceverne altre artificiali; se in una parola, questo corpo non è mai identico a sé stesso? Per questa via, tutto sembra dissolversi in una paurosa inconsistenza: gli enti non esistono, esiste solo il divenire, ma il divenire di che cosa, se non degli enti, che però non esistono?
Queste argomentazioni, che apparentemente conducono ad un esito nichilistico, a ben riflettere giungono ad offrire un dono assai prezioso, che è la dimostrazione dell’illogicità del paradigma materialista. Abbiamo visto che nell’ottica materialista l’esistenza e la persistenza dell’io è inspiegabile; eppure, esistenza e persistenza dell’io sono un fatto intimamente e intuitivamente indubitabile, anzi, l’unica cosa di cui non si può dubitare (cogito ergo sum). Dunque va ricercato qualcos’altro che sia permanente e identico a sé stesso: che altro se non l’anima? Ecco l’esito insperato: per rendere conto dell’esistenza e permanenza dell’io, siamo giunti alla necessità di postulare l’esistenza dell’anima; o meglio (ad evitare il termine un po’ logoro) del Sé; o ancora meglio, comunque lo si voglia chiamare, dell’autocoscienza come principio primo e irriducibile…

… a meno che l’io non sia realmente persistente; a meno che non sia creato in questo istante ed esista per un solo istante con un bagaglio di ricordi fittizi tali da creare l’inganno della profondità temporale…

… potrei essere creato ora…

… no, in questo, istante…

… anzi, in questo…

… Che stavo dicendo?

 [ Vedi LA COLPA | 305 ]

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