Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Maya, il supercomputer

Posted by Loris Bagnara su 24/10/2007

Se, come credo, ciò che chiamiamo ‘realtà’ altro non è che un mondo virtuale generato da un supercomputer, a beneficio di alcune creature pensanti (che poi saremmo noi), se così stanno le cose allora potremmo dare un significato estremamente preciso ad alcuni principi della fisica relativistica e quantistica: mi riferisco all’impossibilità di misurare lunghezze di tempo inferiori al ‘tempo di Planck’ e spostarsi a velocità superiore a quella della luce.
Facciamo alcune supposizioni: il mondo virtuale in questione (chiamiamolo Maya questo mondo, o anche Matrix, se volete) si può descrivere come una rete di nodi interconnessi; ogni nodo rappresenta uno stato quantico, descritto da un certo numero di variabili (spazio, tempo ecc); lo stato quantico di ciascun nodo è il risultato, secondo un determinato algoritmo, dello stato quantico di tutti i nodi limitrofi (risparmiamoci per il momento la definizione di ‘nodo limitrofo’); il tempo locale (descritto da una specifica variabile fra quelle associate allo stato quantico) si distingue dal tempo universale; nello scorrere del tempo universale, ad ogni istante corrispondente a un tempo di Planck il supercomputer che genera Maya ricalcola tutti gli stati quantici dell’universo (in altri termini, si può dire che il processore del supercomputer lavora con una frequenza di ‘clock’ pari all’inverso del tempo di Planck).
In tale modo si è dato un significato fisico al tempo di Planck: questo, per definizione, altro non è che l’intervallo di tempo che intercorre fra un ‘battito’ e l’altro del supercomputer di Maya: dunque, è impossibile misurare una lunghezza di tempo inferiore al tempo di Planck, per il semplice motivo che fra un battito e l’altro l’universo non esiste.
Se ora supponiamo che la differenza fra le variabili spaziali di due nodi limitrofi (in parole povere: la distanza) sia uguale alla lunghezza di Planck, possiamo immaginarci l’universo come la pagina di un quaderno a quadretti, dove la punta della matita cade necessariamente all’intersezione di due righe: come non esistono tempi intermedi, non esistono spazi intermedi. In altre parole, tempo e lunghezza di Plank rappresentano le dimensioni della ‘grana’ dell’universo, così come il pixel rappresenta la grana di un’immagine digitale.
Diamo un ultima definizione: un impulso elettromagnetico (ad esempio un fotone) è descritto da uno stato quantico che si può ‘trasmettere’ soltanto ad un nodo limitrofo: pertanto, la trasmissione di un fotone da un nodo ad un altro non può avvenire in un tempo inferiore al tempo di Planck (tempo necessario al supercomputer per ricalcolare l’universo).
A questo punto si può trarre la conclusione. Se ad ogni battito del supercomputer il fotone compie un passo, ossia si trasmette da un nodo a quello limitrofo, allora viaggia alla velocità di una lunghezza di Planck nel tempo di Planck: per definizione, la velocità della luce. Descritto in questi termini, è assolutamente evidente come nulla possa spostarsi lungo i nodi della griglia universale ad una velocità superiore a quella della luce.

Nota:
L’analogia dell’universo con una rete nodale presenta altre interessanti implicazioni, connesse alla causalità dei fenomeni, che analizzerò in un successivo articolo.

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Una Risposta to “Maya, il supercomputer”

  1. Amin said

    Hai mai sentito parlare delle “sale dell’Akasha”?
    Il computer quantico da chi è controllato secondo te? Io avrei una idea.

    Nella nozione di Mantra, sta la nozione esoterica della pausa. grazie a quegli intervalli era possibile una comunicazione con “le divinità”

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