Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Il nemico inesistente

Posted by Loris Bagnara su 16/11/2007

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi sono caduti due muri: uno, il più evidente, è quello che tagliava in due Berlino, abbattuto nel 1989; l’altro, meno evidente – perché di natura immateriale – è quello che divideva la borghesia dal proletariato.
 Se, nel corso di una guerra, una parte riesce a far credere all’altra che il nemico non esiste più, ha vinto: la parte che crede di essere rimasta sola in campo penserà di aver avuto la meglio e, proprio per questo, da quel momento qualunque colpo riceva dal nemico (ormai “occulto”) non sarà interpretato per quel che è (un colpo sferrato da un nemico), ma come un evento che rientra nell’ordine naturale delle cose, per quanto sventurato.
 E’ quel che è accaduto nel mondo a cominciare dal secondo dopoguerra: proprio quando, durante la guerra fredda, a livello internazionale le tensioni geopolitiche fra i blocchi dominati dalle due superpotenze salivano ai massimi livelli; proprio quando, nei paesi occidentali, le tensioni sociali rilanciavano l’idea della lotta di classe, alimentando lo scontro generazionale e il confronto culturale fra l’anima progressista (proletaria) e quella reazionaria (borghese); proprio in questo contesto, dagli anni ’60 ai ’70, non appena sbollita la fiammata rivoluzionaria (che in Italia ha avuto la coda sanguinosa del terrorismo “rosso” e “nero”, fino agli anni ’80), proprio in questo contesto veniva gradualmente meno la ragione stessa del contendere.
 Ad un certo punto è apparso chiaro che non esisteva più alcuna linea netta di demarcazione fra le classi: venendo meno questo presupposto, viene a cadere l’idea della lotta di classe; viene a cadere la distinzione fra cultura di destra e cultura di sinistra; viene a cadere ogni ragione ideologica e culturale a sostegno di un assetto geopolitico del mondo basato sulla separazione fra un blocco borghese-capitalistico ed uno proletario-collettivistico. Caduto il muro fra le classi (immateriale), non c’era più nulla a sostenere neanche il muro (materiale) di Berlino.
 La scomparsa della classe borghese è stato il più grande capolavoro del neocapitalismo. Un trucco degno del più grande illusionista, ma dagli effetti devastanti: far credere che non esista più alcuna guerra. Uno dei combattenti è sparito dal campo di battaglia, con la conseguenza che l’altro crede di aver vinto. Quando cadde il muro di Berlino si parlò di fine della storia e si prospettò un futuro di pace sociale: quanto di più lontano dal vero! Quel che viviamo oggi è uno dei periodo più turbolenti, incerti e cupi della storia moderna. Oggi, il vecchio nemico di classe è stato prontamente sostituito da diversi fantocci creati ad arte e tenuti in piedi dall’esasperante battage dei mass-media manipolati da chi ha interesse a ciò: il nemico, oggi, a livello sociale e culturale, è l’immigrato, il musulmano, il diverso, ciò che esce dalla “sana” medietà; a livello di politica interna, sono i movimenti estremisti e radicali; a livello di politica internazionale, sono gli “stati canaglia” che alimenterebbero (?) il terrorismo.
 Ma quando e come sarebbe sparito il vecchio nemico di classe, la borghesia? Herbert Marcuse l’ha indicato più di quarant’anni fa. Innanzitutto, la borghesia ha reso un po’ borghesi tutti quanti i proletari, comprando la loro acquiescenza nei confronti del sistema con le “perline colorate” del benessere; se a ciò si aggiunge la crescente terziarizzazione dei paesi sviluppati, con la conseguente riduzione del peso e dell’importanza delle masse operaie, si può capire come il progresso economico abbia finito per indurre al silenzio buona parte della potenziale opposizione. Quanto alle forze di opposizione, alle voci critiche  che pur vi sono sempre state  e che vi sono tuttora, queste vengono quotidianamente fagocitate dal sistema, confezionate, rigettate come momenti di un interminabile e onnipervasivo spettacolo mediatico, e infine abbandonate nell’assordante rumore di fondo  dove si può udire tutto e il contrario di tutto, e quindi nulla. E poi, esiste forse ancora l’immagine del borghese di stampo ottocentesco, in marsina e cilindro, padre-padrone delle masse operaie asservite alle catene di montaggio della sua fabbrica? Oggi la grande impresa è sempre più grande, spersonalizzata, delocalizzata, con il management distinto dalla proprietà che sempre più spesso non è individuabile, non coincide più con il singolo imprenditore, con la sua famiglia illustre e potente, ma si disperde nel corpo sociale dell’azionariato diffuso. Dov’è il borghese padre-padrone, se chi guida l’impresa non è chi la possiede, e se qualunque proletario può possederne una fetta azionaria e parteciparne così agli utili? Il borghese si è fatto proletario, il proletario borghese.
 Infine, ma non ultimo, il fenomeno della globalizzazione darà il colpo finale: quel residuo di forza lavoro industriale che ancora avrebbe potuto costituire una minaccia sociale al sistema vigente, viene ineluttabilmente deportata nei paesi in via di sviluppo, ancora una volta con il miraggio di un facile benessere: merci a basso costo e “lavori sporchi” traslocati altrove.
 Come è avvenuto tutto questo? E’ semplicemente nella natura delle cose, una conseguenza naturale del più perfetto dei sistemi, quello liberal-democratico, risultato vittorioso nella competizione della storia? Se concludessimo così, cadremmo nell’errore di colui che, vedendo sgombro il campo di battaglia, crede di aver vinto la guerra. Non siamo ingenui, tutto questo non sta accadendo per caso: chi è dunque il nemico?
 C’è una sola risposta: il capitale; ancora e sempre il capitale. Con la differenza che al plusvalore, oggi, si è sostituita la rendita finanziaria (usura). Al capitale non serve più la proprietà dei mezzi di produzione per moltiplicarsi; al capitale oggi basta sé stesso per riprodursi, in una sorta di mostruosa partenogenesi che non ha eguali in natura.
 In una parola: il nemico, oggi, è l’oligarchia finanziaria internazionale.

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