Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Emissione di moneta senza debito

Posted by Loris Bagnara su 01/08/2011

In due precedenti post dedicati ai misteri del denaro (Il signoraggio e Emissione di moneta e inflazione), ho evidenziato come alla base del meccanismo di emissione di moneta vi sia un’evidente illogicità. Vediamo di riassumerne gi aspetti principali, per poi sviluppare una considerazione conclusiva.

  1. Gli Stati finanziano le proprie esigenze di spesa emettendo titoli di debito che vengono acquistati nel mercato primario dai compratori istituzionali e poi distribuiti nel mercato secondario.
  2. Nel mercato secondario (e solo in questo), possono agire le Banche Centrali dell’area euro, acquistando/vendendo titoli a seconda che l’intento sia di aumentare/ridurre la massa monetaria.
  3. L’operazione di acquisto titoli da parte della BC si realizza tramite emissione di moneta (cartacea o scritturale): la nuova moneta entra in circolo nel sistema, mentre il corrispettivo in titoli di debito resta alla BC come deposito a garanzia e produce interessi che vanno all’attivo nel bilancio della stessa BC.
  4. La legge prevede che l’utile di gestione conseguito  della BC ritorni pressoché interamente allo Stato; non è proprio così in verità, perché le spese di gestione assorbono gran parte dei rendimenti finanziari dei titoli a deposito, lasciando un utile piuttosto risicato; tuttavia, semplificando, possiamo anche assumere che le spese siano pari a zero e che pertanto i rendimenti finanziari all’attivo della BC possano ritornare interamente allo Stato.
  5. Un corollario del punto precedente è che l’emissione di nuova moneta (cartacea o scritturale che sia) non ha costi per lo Stato (nell’ipotesi di gestione del debito a costo zero), perché gli interessi pagati sul corrispettivo debito ritornano interamente allo Stato stesso.
  6. Un ulteriore corollario è, come si diceva all’inizio, l’assoluta illogicità del meccanismo di emissione di moneta sopra descritto: infatti, se è vero che in un sistema perfetto (costi di gestione pari a zero) gli oneri finanziari relativi all’emissione di nuova moneta ritornano interamente allo Stato, ne consegue che l’emissione di moneta si attua apparentemente a debito, ma in realtà senza oneri; ciò significa che l’emissione di moneta potrebbe essere attuata direttamente dagli Stati, senza l’inutile passaggio dell’emissione di titoli di debito (e ciò è tanto più vero in quanto si consideri che la gestione del debito non è affatto a costo zero, bensì – come tutte le ‘macchine’ – ha un’efficienza sempre inferiore – di gran lunga, in questo caso – al 100%).
  7. Riassumendo le considerazioni di cui sopra in una sentenza finale, ne risulta una conclusione sconvolgente per il paradigma finanziario attuale: l’emissione di nuova moneta, nella quantità ritenuta opportuna per il buon funzionamento del Sistema-Paese, può essere attuata direttamente dallo Stato, ossia in poche parole spendendo direttamente il denaro senza dover nulla a nessuno.

Nella realtà come sappiamo accade ben diversamente: poiché la gestione del debito ha un costo (vedremo in seguito di quantificarlo almeno approssimativamente) l’emissione di nuova moneta si traduce in un onere per lo Stato, il che significa incremento del debito, interessi da pagare sull’incremento del debito, ulteriore incremento del debito etc il tutto a carico della collettività, che viene chiamata a rispondere di tali oneri attraverso il pagamento delle imposte. Tutto questo sarebbe (quasi) accettabile  se gli oneri ricadessero equamente distribuiti su tutti i cittadini, ma è evidente che non è così. Se i titoli di debito di uno Stato fossero equamente distribuiti fra tutti i cittadini, ciascuno percepirebbe interessi nella stessa misura in cui è chiamato a pagare le imposte che servono allo Stato per assolvere i propri impegni finanziari. Questa semplice considerazione spalanca le porte ad un’altra illogicità: se ciascuno ricevesse interessi nella stessa misura in cui versasse allo stato imposte a copertura di quegli interessi, sarebbe inutile per lo Stato emettere titoli di debito e inutile per i cittadini tenerli in portafoglio. Ci si potrebbe sbarazzare tranquillamente del debito, confermando e generalizzando la sconvolgente conclusione parziale di cui sopra. Del resto, questa è una conclusione del tutto ovvia se si pensa che il debito pubblico è un debito del tutto particolare, ossia è il debito dello Stato nei confronti dei propri cittadini, vale a dire che è il debito dei cittadini nei confronti di sé stessi, qualcosa di simile al debito della tasca sinistra nei confronti della tasca destra…

In verità il debito pubblico ha un’importante – benché diabolica – funzione, che è quella di drenare denaro dai ceti meno abbienti a quelli benestanti: è evidente, infatti, che i titoli di debito pubblico non siano equamente distribuiti, ma si concentrino nelle mani di chi ha capitale da investire; non certo i soggetti più deboli che faticano ad arrivare alla fine del mese (altro che accumulare risparmi da investire in “pezzi di debito”!). Accade pertanto che i forti investitori percepiscano più interessi sul debito di quante imposte paghino sul debito stesso, e il contrario accade per i ceti deboli. Si configura quindi un flusso di denaro che – mascherato dall’impegno dello Stato  a “mantenere in ordine i conti” – migra dalle tasche dei poveri per infilarsi felicemente in quelle dei ricchi. Mi è difficile, al momento, quantificare tale flusso, ma non c’è alcun dubbio che qualitativamente accada proprio questo.

Riflettiamo ora sul rovesciamento del paradigma sopra enunciato: lo Stato può liberamente spendere le somme corrispondenti all’incremento di massa monetaria che si ritiene adeguato a garantire il buon funzionamento del sistema paese; ma che significa “buon funzionamento del Sistema-Paese”? Non c’è dubbio che il Sistema-Paese possa dirsi ben funzionante quando garantisce piena occupazione e pieno utilizzo delle risorse umane e materiali (trascuriamo per il momento gli aspetti soggettivi del benessere, e atteniamoci seppur riduttivamente ai soli aspetti materiali). Ne consegue che qualunque spesa indirizzata in tal senso sia da ritenersi adeguata e ben fondata; in altri termini, utilizzare l’emissione di moneta per investimenti produttivi, che vanno nel senso di un più ampio utilizzo delle risorse umane e materiali, è da ritenersi non solo appropriato, ma addirittura necessario se lo Stato vuole adempiere al proprio compito, che è quello di migliorare la vita dei propri cittadini.

Perché allora schiere di (pseudo)economisti ci insegnano che lo Stato non può emettere moneta se non a debito, agitandoci davanti al naso lo spauracchio di una devastante inflazione stile Repubblica di Weimar? Eppure basta un ragionamento molto semplice per confutare le tesi di questi economisti, anche a prescindere dalle considerazioni sul debito fatte poc’anzi. Il ragionamento è il seguente.

Nessuno di questi (pseudo)economisti, credo, avrebbe nulla da eccepire teoricamente se lo Stato decidesse di emettere nuova moneta a fronte dell’accantonamento, come deposito a garanzia, di un quantitativo d’oro di pari valore. Infatti, si tratta proprio di ciò che regolarmente fanno le Banche Centrali, ossia mantenere in pareggio il passivo costituito dalla moneta circolante e l’attivo costituito dai depositi a garanzia: titoli di debito, valuta straniera e metalli preziosi, in particolare l’oro appunto, che storicamente è sempre stato la misura e la garanzia del valore del denaro. Possiamo immaginare ad esempio che lo Stato possegga giacimenti d’oro inutilizzati e che decida finalmente di sfruttarli, posto il caso che i costi di estrazione non siano superiori al valore dell’oro estratto. Se anche mancassero i capitali per avviare l’estrazione, lo Stato potrebbe anticipare il valore dell’oro estratto emettendo come nuova moneta le somme necessarie; poi, avviata l’estrazione dell’oro, questo potrà essere vincolato in garanzia del denaro precedentemente emesso. Se poi si dà il caso, molto probabile, che il valore dell’oro estratto sia abbondantemente superiore al costo di estrazione, accade addirittura che lo Stato possa emettere più moneta di quanta ne occorra per alimentare l’estrazione, potendo così avviare in un ciclo virtuoso altri investimenti produttivi.

Ora, quegli (pseudo)economisti dovrebbero spiegarci che cosa impedirebbe di sostituire l’oro – che per inciso non serve a nulla, se non a brillare intorno a dita, polsi e colli di belle signore – con qualunque altro bene dotato di valore e di reale utilità: ad esempio un ponte, un porto, un aeroporto, un’autostrada, un ospedale, la bonifica di un terreno improduttivo, un’insediamento artigianale, industriale, turistico etc. Qualunque bene dotato di valore, perché di acclarata utilità, dovrebbe funzionare quanto l’oro.

Ed ecco la conclusione del ragionamento. Come avveniva nell’esempio dell’estrazione dell’oro, se lo Stato decidesse di avviare un investimento produttivo di qualunque genere, purché orientato ad incrementare l’occupazione e l’utilizzo di risorse umane e materiali, potrebbe farlo semplicemente emettendo il denaro necessario alla sua realizzazione anziché, come avviene adesso, prendere in prestito i capitali privati: il bene futuro, infatti, una volta realizzato, sarà esso stesso garanzia del denaro emesso. Del resto, ciò avviene anche quando un’impresa privata accende un mutuo per effettuare un’operazione immobiliare: l’immobile, non ancora costruito, è posto a garanzia ipotecaria del prestito ricevuto; ma quel che cambia  in questo caso, quando lo Stato – cioè la collettività – si sostituisce all’impresa privata, è che la collettività presta denaro a sé stessa, e pertanto nulla deve se non a sé stessa, né in conto capitale né in interessi.

A rendere ulteriormente vantaggioso e meno oneroso un investimento diretto della collettività, con denaro creato allo scopo, sta il fatto che una parte rilevante del costo dell’investimento – che va ad incrementare il PIL – rientrerà nelle casse dello Stato sotto forma di imposte dirette e indirette.

Perché gli Stati non agiscano così, ma si assogettino senza riserve alla logica del debito senza fine e senza scampo, è presto detto: l’oligarchia finanziaria per i propri esclusivi interessi è riuscita ad imporre – con l’autorevolezza dei media e dei servo-intellettuali di cui dispone in abbondanza – un modello di pensiero aberrante e a compiere un formidabile lavaggio del cervello su scala planetaria, che fa apparire normale il mondo degli schiavi di Matrix.

[Vedi anche Il signoraggio e Emissione di moneta e inflazione]

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2 Risposte to “Emissione di moneta senza debito”

  1. atomico said

    Secondo me l’inflazione cresce eccome se lo stato crea moneta non a debito.
    Il fatto è che se crea la moneta a debito, significa che quella moneta è già presente, e quindi prendendola, non si aggiunge moneta al sistema, ma gli si cambia proprietario.

    Se io stato creao moneta facendo costruire un ponte o anche accantonando oro,si crea invece inflazione, perché immetto nuova moneta nel sistema. Se ad esempio creao 20 miliardi di euro di moneta, quei 20 miliardi di euro di moneta li do a chi costruisce il ponte, e quindi li faccio entrare nell’economia reale. Nell’economia reale avremo quindi 20 miliardi di euro in più senza che faranno salire il prezzo di beni e servizi.

    • Gerardo said

      Ma se il ponte vale 20 miliardi non si crea inflazione, perchè sono aumentati anche i beni!!!!!

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