Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Archive for the ‘Filosofia’ Category

L’incrollabile fede del materialista

Posted by Loris Bagnara su 01/07/2013

Margherita Hack, che ci ha lasciato pochi giorni fa, è esponente di spicco di quel pensiero scientifico rigorosamente materialista, secondo cui l’universo si giustifica da sé. L’illustre scienziata sosteneva  – non con le seguenti precise parole, ma nella sostanza – che l’universo sarebbe come un fantasmagorico mazzo di carte che si combinano in una mutevole, caleidoscopica, stupefacente armonia di figure, colori, simboli, numeri… In più, questo prodigioso mazzo di carte avrebbe la capacità di giocarsi da solo – e straordinariamente bene – a briscola.

Alcuni, lo sappiamo, obbiettano dubbiosi: “Ma queste carte chi le ha disegnate? Le regole del gioco, chi le ha dettate? E chi si occupa che vengano rispettate?”
Margherita Hack, forse, ne riderebbe.

Ignoranti, che non sanno nulla di scienza.

ALBERO SEPHIROTICO

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Dio, il prodotto finale dell’evoluzione

Posted by Loris Bagnara su 05/01/2013

In occultismo ai seguenti due principi si riconosce  validità assoluta: la legge di causa-effetto e la legge del divenire di tutte le cose.

Non c’è causa senza effetto, né effetto senza causa.
Non c’è cosa che resti uguale a sé stessa.

Se ciò è vero, allora non ci può essere una prima causa, né ci può essere un ultimo effetto. L’unico modo corretto di concepire la catena delle causalità è, simbolicamente, mediante una forma circolare, in cui l”ultimo’ effetto si salda alla ‘prima’ causa.

Da ciò discende un importante corollario sulla concezione di Dio: Dio è al tempo stesso causa prima dell’universo manifestato, ma anche il risultato finale del suo processo evolutivo, di cui l’uomo costituisce un passaggio. L’uomo è destinato a divenire un Logos, creatore a sua volta di un cosmo.

Un paradosso inevitabile, che non lascia scampo, che dobbiamo cogliere intuitivamente; che non possiamo pensare di comprendere razionalmente, se non nel senso – in negativo – che nessun’altra concezione di Dio è razionalmente sostenibile.

Segnalo la pubblicazione in formato epub, nella lingua inglese originale, di un testo fondamentale per la teosofia e l’occultismo: Esoteric Buddhism, di Alfred Percy Sinnett, la cui prima edizione fu pubblicata a Londra nel 1883.

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Esistenza dell’anima

Posted by Loris Bagnara su 07/01/2008

Il pensiero moderno si è definitivamente sbarazzato, da tempo, del pregiudizio circa la corrispondenza ‘ontologica’ fra nome – concetto mentale – realtà fisica di un ente. Oggi diciamo che il nome è un simbolo che designa un concetto, e che il concetto è una rappresentazione dell’ente. Ma che cosa resta dell’ente, dunque? Se pronuncio la parola ‘sasso’, e penso a un ‘sasso’, e afferro un ‘sasso’, che cos’è questo ente che mi trovo in mano? Ed è appropriato definirlo ‘ente’? Di primo acchito sembra inevitabile rispondere di sì: se in qualche modo siamo in grado di interagire con oggetti, e di vivere in mezzo ad essi e tramite essi, allora in qualche modo questi oggetti dovranno avere una ‘realtà’ (o una ‘virtualità’), che consenta di delimitare, circoscrivere, definire quell’oggetto, rigorosamente, rispetto a tutti gli altri. Sembra ovvio che debba essere così, eppure non è così ovvio: se non ci penso troppo su, il sasso che tengo in mano esiste; ma se comincio a pensarci, non esiste più (vedi S. Agostino e il tempo). Ad esempio, penso che in ogni istante quel sasso scambia materia ed energia con l’ambiente (perde molecole di minerale per sublimazione, riceve molecole di acqua assorbendo umidità dall’aria, si riscalda o si raffredda e così via); pertanto, a rigore, quel sasso che tengo in mano non è lo stesso che ho afferrato pochi minuti prima; ma allora come posso affermare che si tratta dello stesso sasso? Al limite, posso immaginare di possedere un’automobile, alla quale sostituisco ogni giorno un pezzo: oggi una ruota, domani un cilindro, dopodomani la batteria e così avanti, in modo tale che non si possa mai dire che ho cambiato auto, perché si tratta della stessa auto, anche quando a un certo punto avrò cambiato tutti i pezzi dell’auto originale e quindi non avrà più senso dire che si tratta della stessa auto.
Un evidente paradosso, che diviene sconcertante se applicato alla macchina pensante: l’uomo. Ciascuno di noi possiede intuitivamente la certezza di essere la stessa persona di un momento prima, di un’ora prima, di un giorno prima: la persistenza e l’identità del proprio io è un fatto (apparentemente) indubitabile. Se restiamo nell’ambito del paradigma scientifico materialista, che concepisce l’io cosciente come un sottoprodotto della materia organizzata (il cervello), la persistenza e l’identità dell’io costituisce un grosso problema. Se l’io cosciente origina dalla materia, e se esso persiste identico nel tempo, allora sembra inevitabile postulare l’esistenza di un corpo materiale che persiste identico nel tempo. (Voglio precisare che quando parlo di persistenza dell’io non mi riferisco evidentemente ai contenuti mentali, che naturalmente cambiano ogni istante, ma al quel filo che lega tutti i contenuti mentali, variabili, nella coscienza di un individuo che può affermare ogni istante di essere sé stesso). Purtroppo bisogna dire che siffatto corpo materiale è introvabile: non è il cervello né si trova nel cervello, perché anche il cervello, come il sasso di poc’anzi, muta ogni istante: sinapsi che si creano, altre che si distruggono, cellule che muoiono, stati elettrochimici che variano, ricordi che si formano altri che svaniscono. Se cercassi di definire l’identità del mio io attraverso l’identità del mio cervello, dovrei concludere a rigore che non esisto. Per questa via, perfino un fatto tanto ovvio come l’esistenza del mio corpo perde consistenza: che cos’è il mio corpo? Come definire e circoscrivere, rigorosamente, la macchina del mio corpo rispetto all’ambiente naturale, se questa macchina ogni istante introduce molecole (aria, acqua, cibo) e ne espelle altre (altra aria, altra acqua, altra materia); se cellule muoiono e altre nascono; se può perdere parti e riceverne altre artificiali; se in una parola, questo corpo non è mai identico a sé stesso? Per questa via, tutto sembra dissolversi in una paurosa inconsistenza: gli enti non esistono, esiste solo il divenire, ma il divenire di che cosa, se non degli enti, che però non esistono?
Queste argomentazioni, che apparentemente conducono ad un esito nichilistico, a ben riflettere giungono ad offrire un dono assai prezioso, che è la dimostrazione dell’illogicità del paradigma materialista. Abbiamo visto che nell’ottica materialista l’esistenza e la persistenza dell’io è inspiegabile; eppure, esistenza e persistenza dell’io sono un fatto intimamente e intuitivamente indubitabile, anzi, l’unica cosa di cui non si può dubitare (cogito ergo sum). Dunque va ricercato qualcos’altro che sia permanente e identico a sé stesso: che altro se non l’anima? Ecco l’esito insperato: per rendere conto dell’esistenza e permanenza dell’io, siamo giunti alla necessità di postulare l’esistenza dell’anima; o meglio (ad evitare il termine un po’ logoro) del Sé; o ancora meglio, comunque lo si voglia chiamare, dell’autocoscienza come principio primo e irriducibile…

… a meno che l’io non sia realmente persistente; a meno che non sia creato in questo istante ed esista per un solo istante con un bagaglio di ricordi fittizi tali da creare l’inganno della profondità temporale…

… potrei essere creato ora…

… no, in questo, istante…

… anzi, in questo…

… Che stavo dicendo?

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Il Purgatorio non esiste

Posted by Loris Bagnara su 11/12/2007

Di recente la Chiesa Cattolica ha cautamente riconosciuto la possibilità che il Limbo non esista, in ritardo di almeno cinquecento anni rispetto a un’intelligenza di medio livello.
In un precedente articolo abbiamo affermato l’illogicità dell’Inferno; ora, prenderemo in esame il Purgatorio.
L’esigenza di postulare il Purgatorio nasce ovviamente dalla constatazione che nessun uomo, al termine dell’esistenza terrena, per quanto pura sia stata la condotta in vita, può essere degno di accedere immediatamente al Paradiso: di qui la necessità di un ulteriore periodo di purificazione, più o meno lungo, in cui liberarsi delle ultime scorie.
La stessa intelligenza di medio livello di cui dicevo sopra – che agevolmente si sarebbe sbarazzata del Limbo parecchi secoli fa, nonché di tanti altri orpelli e infantilismi della religione cattolica –  non può non osservare che il Purgatorio, così concepito, assolve la medesima funzione della rinascita a nuove vite terrene: che differenza c’è fra il Purgatorio inteso come passaggio di espiazione ed elevazione, e la vita terrena che di per sé è essenzialmente, radicalmente, esperienza di sofferenza e purificazione?
Con quanta maggiore eleganza dottrinale e coerenza filosofica il medesimo problema viene affrontato e risolto dall’induismo (nella sua accezione più alta che è il vedanta) e dal buddhismo con le dottrine del samsara, del karman e del nirvana? E non dimentichiamo che queste dottrine – messe per iscritto nelle Upanishad ai tempi di Salomone, ma già allora assai antiche – precedono i patetici tentativi da parte di Mosé di inculcare in un “popolo dalla dura cervice” (che preferiva adorare un vitello d’oro) perfino il basilare principio del monoteismo.

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Realtà dell’illusione

Posted by Loris Bagnara su 04/12/2007

Shankara insegnava nella piazza del mercato e un giorno, in uno dei vicini padiglioni, un elefante si imbizzarrì e cominciò a colpire con la proboscide tutto e tutti. Chi assistette alla scena si affrettò ad allontanarsi di corsa.
 Anche Shankara li imitò e corse via lungo la strada maestra.
 Mentre correva, uno dei suoi oppositori lo vide dalla finestra del primo piano e scoppiò a ridere.
 — Perché fuggi, Shankara? — gli chiese. — Non sai che l’elefante è illusione?
 — Sì, ma lo sono anch’io! — ribatté il filosofo, e riprese a correre.

[Tratto dalla Vita di Shankara.]

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I livelli della creazione

Posted by Loris Bagnara su 26/11/2007

Dall’Assoluto indifferenziato e impersonale (Brahman), all’Ente Supremo personale (Isvara), la creazione si dispiega lungo una concatenazione di livelli gerarchicamente collegati, richiusa su sé stessa (l’ultimo livello coincide con il primo, la causa coincide con l’effetto). Ciascun livello è creato dal livello immediatamente superiore e a sua volta esso crea quello immediatamente inferiore; ciascun livello è ‘reale’ per sé, ‘virtuale’ per quello superiore e ‘trascendente’ per quello inferiore. In altri termini, i concetti di ‘realtà’, ‘virtualità’ e ‘trascendenza’ non sono assoluti, ma dipendono dal punto di vista in relazione al livello considerato (se, rispettivamente, ‘interno’, ‘superiore’ o ‘inferiore’).

Nota
Nei prossimi articoli userò la locuzione “Ente Supremo” per intendere il concetto di Assoluto indifferenziato e impersonale (ciò che l’induismo chiama Brahman), mentre userò la locuzione “Dio Supremo” per intendere il concetto di Dio attivo e personale (ciò che l’induismo chiama Isvara).

Biforcazioni per: COSMOAGONIE | 206

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La creazione increata

Posted by Loris Bagnara su 22/11/2007

Il concetto di “creazione” da parte di un Ente Supremo è logicamente insostenibile.
 Se lo si intende (come pare inevitabile) nell’accezione di “trarre una entità dal nulla”, allora ne segue che l’Ente Supremo non è illimitato (perché altrimenti includerebbe ab origine l’ente creato), né assoluto (perché risulterebbe ontologicamente definibile in opposizione all’ente creato); ciò però è in contraddizione con qualsiasi concetto sensato di Ente Supremo.
 Esclusa tale accezione di significato, non resta che intendere la creazione come autodelimitazione dell’Ente Supremo; ossia, applicazione di attributi all’Essere indifferenziato, l’Assoluto. (Del resto non si tratta di un’dea nuova: Spinoza, per primo nel pensiero occidentale, l’ha formulata con estrema chiarezza: l’Ente Supremo, o se vogliamo Dio, non può che essere indifferenziato, e le creature suoi attributi.)
 A questo punto però sorge un’altra difficoltà: se l’Ente Supremo è da intendersi come Assoluto indifferenziato, non può evidentemente intendersi come persona, né come dotata di volontà, né come agente di alcunché, perché altrimenti non sarebbe indifferenziato (se fosse persona, sarebbe soggetto distinto dall’oggetto; se fosse volontà, sarebbe potenza distinta dall’atto; se fosse agente di qualcosa, sarebbe causa distinta dall’effetto ecc. ecc.). Eppure le differenziazioni, gli attributi dell’essere esistono (la mia esistenza ne é una prova): come possono le differenze derivare dall’Assoluto indifferenziato e al medesimo tempo applicarvisi per dar luogo al limitato, al contingente, al differenziato?
 L’unica soluzione che posso vedere a questo dilemma consiste nel superamento della dicotomia causa-effetto: tale dicotomia ha senso solo se consideriamo la questione da un punto di vista interno al “creato”, immersi nel flusso del tempo, dove la causa precede l’effetto; ma se consideriamo la questione da un punto di vista esterno al “creato”, dove il tempo non esiste, allora la causa non può precedere l’effetto, ma coincide con esso: l’effetto della causa è la causa stessa. Si innesca in tal modo un “corto circuito onto-logico” che non richiede altro supporto, bastevole com’è a sé stesso.
 E se si traggono le estreme conseguenze da tale ragionamento, si arriva a questa conclusione: l’Ente Supremo, inteso come Dio padre creatore, è il risultato finale della creazione, è la summa delle creature e al tempo stesso la loro origine. Nella coincidenza di causa ed effetto, creatore e creatura, creato ed increato, indifferenziato e determinato, si trova l’espressione più compiuta di quella coincidentia oppositorum in cui da secoli i filosofi ravvedono l’Assoluto.

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Razionalità e realtà

Posted by Loris Bagnara su 19/11/2007

“Tutto ciò che è reale è razionale; tutto ciò che è razionale è reale” (Hegel). In forza di questo principio si è dichiarato il fallimento del socialismo, uscito sconfitto dalla storia e dunque sconfitto anche sul piano teoretico.
 Tuttavia, alla luce di questo criterio dovremmo decretare il fallimento (storico e dunque teoretico)  anche di tutte le principali religioni, nessuna delle quali è riuscita a conformare la società ai propri principi.

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Il nemico inesistente

Posted by Loris Bagnara su 16/11/2007

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi sono caduti due muri: uno, il più evidente, è quello che tagliava in due Berlino, abbattuto nel 1989; l’altro, meno evidente – perché di natura immateriale – è quello che divideva la borghesia dal proletariato.
 Se, nel corso di una guerra, una parte riesce a far credere all’altra che il nemico non esiste più, ha vinto: la parte che crede di essere rimasta sola in campo penserà di aver avuto la meglio e, proprio per questo, da quel momento qualunque colpo riceva dal nemico (ormai “occulto”) non sarà interpretato per quel che è (un colpo sferrato da un nemico), ma come un evento che rientra nell’ordine naturale delle cose, per quanto sventurato.
 E’ quel che è accaduto nel mondo a cominciare dal secondo dopoguerra: proprio quando, durante la guerra fredda, a livello internazionale le tensioni geopolitiche fra i blocchi dominati dalle due superpotenze salivano ai massimi livelli; proprio quando, nei paesi occidentali, le tensioni sociali rilanciavano l’idea della lotta di classe, alimentando lo scontro generazionale e il confronto culturale fra l’anima progressista (proletaria) e quella reazionaria (borghese); proprio in questo contesto, dagli anni ’60 ai ’70, non appena sbollita la fiammata rivoluzionaria (che in Italia ha avuto la coda sanguinosa del terrorismo “rosso” e “nero”, fino agli anni ’80), proprio in questo contesto veniva gradualmente meno la ragione stessa del contendere.
 Ad un certo punto è apparso chiaro che non esisteva più alcuna linea netta di demarcazione fra le classi: venendo meno questo presupposto, viene a cadere l’idea della lotta di classe; viene a cadere la distinzione fra cultura di destra e cultura di sinistra; viene a cadere ogni ragione ideologica e culturale a sostegno di un assetto geopolitico del mondo basato sulla separazione fra un blocco borghese-capitalistico ed uno proletario-collettivistico. Caduto il muro fra le classi (immateriale), non c’era più nulla a sostenere neanche il muro (materiale) di Berlino.
 La scomparsa della classe borghese è stato il più grande capolavoro del neocapitalismo. Un trucco degno del più grande illusionista, ma dagli effetti devastanti: far credere che non esista più alcuna guerra. Uno dei combattenti è sparito dal campo di battaglia, con la conseguenza che l’altro crede di aver vinto. Quando cadde il muro di Berlino si parlò di fine della storia e si prospettò un futuro di pace sociale: quanto di più lontano dal vero! Quel che viviamo oggi è uno dei periodo più turbolenti, incerti e cupi della storia moderna. Oggi, il vecchio nemico di classe è stato prontamente sostituito da diversi fantocci creati ad arte e tenuti in piedi dall’esasperante battage dei mass-media manipolati da chi ha interesse a ciò: il nemico, oggi, a livello sociale e culturale, è l’immigrato, il musulmano, il diverso, ciò che esce dalla “sana” medietà; a livello di politica interna, sono i movimenti estremisti e radicali; a livello di politica internazionale, sono gli “stati canaglia” che alimenterebbero (?) il terrorismo.
 Ma quando e come sarebbe sparito il vecchio nemico di classe, la borghesia? Herbert Marcuse l’ha indicato più di quarant’anni fa. Innanzitutto, la borghesia ha reso un po’ borghesi tutti quanti i proletari, comprando la loro acquiescenza nei confronti del sistema con le “perline colorate” del benessere; se a ciò si aggiunge la crescente terziarizzazione dei paesi sviluppati, con la conseguente riduzione del peso e dell’importanza delle masse operaie, si può capire come il progresso economico abbia finito per indurre al silenzio buona parte della potenziale opposizione. Quanto alle forze di opposizione, alle voci critiche  che pur vi sono sempre state  e che vi sono tuttora, queste vengono quotidianamente fagocitate dal sistema, confezionate, rigettate come momenti di un interminabile e onnipervasivo spettacolo mediatico, e infine abbandonate nell’assordante rumore di fondo  dove si può udire tutto e il contrario di tutto, e quindi nulla. E poi, esiste forse ancora l’immagine del borghese di stampo ottocentesco, in marsina e cilindro, padre-padrone delle masse operaie asservite alle catene di montaggio della sua fabbrica? Oggi la grande impresa è sempre più grande, spersonalizzata, delocalizzata, con il management distinto dalla proprietà che sempre più spesso non è individuabile, non coincide più con il singolo imprenditore, con la sua famiglia illustre e potente, ma si disperde nel corpo sociale dell’azionariato diffuso. Dov’è il borghese padre-padrone, se chi guida l’impresa non è chi la possiede, e se qualunque proletario può possederne una fetta azionaria e parteciparne così agli utili? Il borghese si è fatto proletario, il proletario borghese.
 Infine, ma non ultimo, il fenomeno della globalizzazione darà il colpo finale: quel residuo di forza lavoro industriale che ancora avrebbe potuto costituire una minaccia sociale al sistema vigente, viene ineluttabilmente deportata nei paesi in via di sviluppo, ancora una volta con il miraggio di un facile benessere: merci a basso costo e “lavori sporchi” traslocati altrove.
 Come è avvenuto tutto questo? E’ semplicemente nella natura delle cose, una conseguenza naturale del più perfetto dei sistemi, quello liberal-democratico, risultato vittorioso nella competizione della storia? Se concludessimo così, cadremmo nell’errore di colui che, vedendo sgombro il campo di battaglia, crede di aver vinto la guerra. Non siamo ingenui, tutto questo non sta accadendo per caso: chi è dunque il nemico?
 C’è una sola risposta: il capitale; ancora e sempre il capitale. Con la differenza che al plusvalore, oggi, si è sostituita la rendita finanziaria (usura). Al capitale non serve più la proprietà dei mezzi di produzione per moltiplicarsi; al capitale oggi basta sé stesso per riprodursi, in una sorta di mostruosa partenogenesi che non ha eguali in natura.
 In una parola: il nemico, oggi, è l’oligarchia finanziaria internazionale.

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Essere e non-essere

Posted by Loris Bagnara su 14/11/2007

Due sono le domande fondamentali.

1) Perché esiste qualcosa, anziché niente? (Niente sarebbe più facilmente spiegabile – Leibniz).

2) Posto che:
a) io sono un essere contingente, persona, dotato di autocoscienza;
b) esista un Dio Supremo, persona, dotato di autocoscienza, causa incausata del mio essere contingente (dottrina cristiana);
– Perché io non sono Dio e Dio non è me? (Essendo io un essere contingente, proprio perché contingente non è necessario che io sia ciò che sono; potrei essere qualunque altra persona dotata di autocoscienza: qualunque altro essere contingente oppure anche non contingente: Dio, appunto.)

Il principio di ragion sufficiente esige che vi sia sempre una ragione per cui le cose sono ciò che sono; quando si diano più alternative tutte possibili, senza che l’una escluda di necessità l’altra, allora tutte debbono essere realizzate.

Nel caso specifico posto dalla prima domanda si danno quattro alternative: a) l’essere esiste; b) l’essere non esiste; c) il non-essere esiste; d) il non-essere non esiste. Queste alternative, formalmente quattro, sostanzialmente si riducono a due: due “mondi” che coesistono al tempo stesso: il mondo A (“qualcosa esiste”) e il mondo non-A (“non esiste nulla”).  Tuttavia, come materia e antimateria, i due mondi non possono logicamente manifestarsi l’uno all’altro, benché entrambi ontologicamente reali. Da ciò deriva che la premessa su cui si fonda la prima domanda (la non necessità dell’essere), è infondata: l’essere e il non-essere sono entrambi necessari e reali. (Parmenide però affermava: l’essere è e non può non essere.)

Nel caso posto dalla seconda domanda, il principio di ragion sufficiente dà una sola via d’uscita: io sono (devo essere) Dio. Io sono (devo essere) al tempo stesso contingente e incausato. Sorprendente, no?

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