Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Archive for the ‘Scienza’ Category

Relatività: il paradosso dell’orologiaio spaziale

Posted by Loris Bagnara su 20/10/2013

Vorrei proporre un esperimento concettuale sulla relatività ristretta, simile a quello celebre dei due gemelli, ma che a differenza di questo sembra condurre ad una situazione realmente paradossale e irrisolvibile; almeno così a me pare, e per questo lo sottopongo all’attenzione di lettori con maggiori competenze delle mie.

Cominciamo.

Un costruttore di orologi allestisce il proprio laboratorio all’interno di un’astronave spaziale di forma cilindrica, molto allungata. Le operazioni che seguono vengono effettuate mentre l’astronave-laboratorio si trova nello spazio, a motori spenti e a considerevole distanza da corpi celesti. L’astronave dunque costituisce un sistema di riferimento inerziale.

Alle due estremità A e B del cilindro vengono sistemate due postazioni, e una terza M esattamente a metà.
Tre orologi dello stesso tipo vengono portati in M e sincronizzati sulla medesima ora, dopodiché due di essi vengono trasferiti, l’uno in A e l’altro in B.
In M viene installato un dispositivo in grado di emettere un segnale che, indirizzato verso gli orologi, fa in modo di arrestarli sull’istante di ricezione.

Dopo aver compiuto le operazioni sopra descritte (che sono tutte perfettamente definite, inequivocabili e esenti da effetti relativistici poiché tutte svolte nel sistema di riferimento inerziale dell’astronave), l’orologiaio sale su un piccolo modulo spaziale e si allontana dall’astronave, intenzionato ad osservare gli esperimenti di sincronizzazione da un sistema di riferimento in movimento rispetto al primo. Sull’astronave-laboratorio resta il suo assistente.
Il modulo spaziale, che è partito dall’estremo B allontanandosi nella direzione coincidente con l’asse principale dell’astronave, una volta raggiunta una certa velocità (relativistica) spegne i motori continuando quindi ad allontanarsi a velocità costante. Anche il modulo spaziale, dunque, ora rappresenta un sistema di riferimento inerziale.

A questo punto si può dare il via all’esperimento. L’assistente comanda al dispositivo in M di far partire i segnali di sincronizzazione ai due orologi in A e in B. Fatto questo, comunica all’orologiaio le letture dei due orologi, cioé l’ora in cui si sono fermati. L’assistente comunica i dati, come appaiono sullo schermo di controllo nella sua postazione in M: i due orologi si sono fermati all’ora T, la stessa per entrambi. Del resto, non poteva essere diversamente: il sistema di riferimento dell’astronave è inerziale e i due orologi in A e in B sono equidistanti da M; pertanto  gli orologi, sincronizzati in M, sono rimasti sincroni anche dopo essere trasportati in A e in B e ancora sincroni erano quando sono stati raggiunti dai rispettivi segnali, poiché il tempo impiegato dai segnali a percorrere un’uguale distanza era, naturalmente, identico.

Questa è l’interpretazione dell’esperimento dal punto di vista dell’assistente; ma l’orologiaio è fortemente perplesso, perché dal suo punto di vista doveva accadere una cosa diversa. Dal suo punto di vista, l’orologio in B doveva fermarsi prima di quello in A. Infatti, dal suo punto di vista egli osserva l’astronave-laboratorio allontanarsi con A in testa e B in coda; poiché la velocità della luce è costante, l’orologiaio vede B correre incontro al segnale e viceversa A allontanarsene: pertanto l’orologio in B incontra il segnale prima di quello in A, e di conseguenza l’ora segnata in B deve anticipare quella in A…

L’orologiaio e l’assistente discutono, entrambi sanno di avere ragione dal loro punto di vista, secondo la teoria della relatività; ma si rendono anche conto che uno solo di loro può avere ragione, perché i due orologi o segnano la stessa ora oppure no: tertium non datur.
L’orologiaio chiede allora al suo assistente di attendere il suo ritorno, per recarsi poi insieme di persona in A e in B a leggere con i propri occhi l’ora segnata dagli orologi, e scoprire finalmente così chi abbia ragione e chi torto…

La storia dell’orologiaio si ferma necessariamente  qui: non è possibile raccontarne il finale, svelare chi abbia ragione, se l’orologiaio oppure l’osservatore. Secondo la teoria della relatività, dal proprio punto di vista hanno entrambi ragione, ma come si è detto è fisicamente impossibile che ciò accada, perché i due orologi o segnano la stessa ora oppure no: tertium non datur.

 Anche senza una formulazione matematica, questa esposizione puramente discorsiva dovrebbe essere sufficiente a illustrare qualitativamente questo paradosso; naturalmente, come dicevo, se qualcuno è in grado di risolverlo, è pregato di farsi avanti…

 [ Vedi Paradossi della relatività ]

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L’incrollabile fede del materialista

Posted by Loris Bagnara su 01/07/2013

Margherita Hack, che ci ha lasciato pochi giorni fa, è esponente di spicco di quel pensiero scientifico rigorosamente materialista, secondo cui l’universo si giustifica da sé. L’illustre scienziata sosteneva  – non con le seguenti precise parole, ma nella sostanza – che l’universo sarebbe come un fantasmagorico mazzo di carte che si combinano in una mutevole, caleidoscopica, stupefacente armonia di figure, colori, simboli, numeri… In più, questo prodigioso mazzo di carte avrebbe la capacità di giocarsi da solo – e straordinariamente bene – a briscola.

Alcuni, lo sappiamo, obbiettano dubbiosi: “Ma queste carte chi le ha disegnate? Le regole del gioco, chi le ha dettate? E chi si occupa che vengano rispettate?”
Margherita Hack, forse, ne riderebbe.

Ignoranti, che non sanno nulla di scienza.

ALBERO SEPHIROTICO

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Il progetto di Giza

Posted by Loris Bagnara su 13/10/2012

ISBN_978-88-907874-0-9
Autore: Loris Bagnara

Abstract:
” Sottoposte ad attenta analisi, le tre piramidi di Giza rivelano un sofisticato disegno che codifica molti chiari segnali: segnali che tradiscono una straordinaria padronanza delle tecniche costruttive e profonde conoscenze geometriche e matematiche, ponendo agli studiosi d’oggi una seria sfida. Qual è lo scopo d’un progetto tanto sofisticato? Sappiamo davvero tutto sull’antica civiltà egizia e sulle sue origini? “

L’e-book è in formato epub, leggibile su tutti i dispositivi; è in vendita su tutte le principali librerie on-line (per i dettagli vedi Loris Bagnara Edizioni).
Si può acquistare al prezzo speciale di € 4,99 anziché € 5,99, direttamente al mio bookshop.

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Il Pozzo di Osiride

Posted by Loris Bagnara su 23/05/2012

… è il titolo del mio articolo uscito sul numero 43 di Fenix.

In questo articolo sviluppo alcune riflessioni sul Pozzo di Osiride a Giza, un argomento toccato nei due articoli usciti su Nexus New Times n. 94 e 95 (vedi anche questo post) e nell’articolo del mese scorso sempre su Fenix. Ne ho parlato anche nella conferenza del 2 maggio a Faenza.

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I Protocolli dei Priori Occulti

Posted by Loris Bagnara su 16/04/2012

… è il titolo del mio articolo uscito sul numero 42 di Fenix.

In questo articolo riprendo i contenuti già espressi in due precedenti articoli usciti su Nexus New Times n. 94 e 95 (vedi anche questo post). Ne parlerò ancora anche nella prossima conferenza del 2 maggio a Faenza.

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Da una perduta civiltà all’Europa unita

Posted by Loris Bagnara su 23/03/2012

Il prossimo 2 maggio terrò una conferenza dal titolo

Da una perduta civiltà all’Europa unita
 
presso il Centro Sociale Borgo
via Saviotti, 1
48018 Faenza (Ra)

tel. 0546 32558  
http://centroborgofaenza.racine.ra.it

Parlerò di alcuni dei temi trattati nel libro di Paolo Rumor L’altra Europa, a cui ho collaborato.

Qui trovate il programma completo delle conferenze.

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Il modello celeste di Giza

Posted by Loris Bagnara su 26/07/2011

IL MODELLO CELESTE DI GIZA è il mio nuovo sito dedicato alla lettura in chiave archeoastronomica del celeberrimo complesso monumentale. Le nuove ricerche rappresentano una significativa evoluzione rispetto a Il segreto di Giza (Newton&Compton, 2003), pur conservandone non pochi elementi.

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Archeologia e enigmi

Posted by Loris Bagnara su 03/05/2009

Di seguito riporto i link e gli abstract degli articoli che rappresentano, in forma più sintetica, il materiale della prima metà del mio libro Il segreto di Giza (Newton&Compton, 2003).

La Geometria di Giza
La disposizione planimetrica delle piramidi di Giza e della Sfinge viene presa in esame: si scoprono correlazioni geometriche che tradiscono la conoscenza di numeri “speciali” (il numero pi greco e i numeri irrazionali, fra cui il numero aureo), nonché l’esistenza di un progetto generale straordinariamente accurato.

Il segreto dell’unità
Alcune unità di misura in uso prima dell’età moderna − il palmo egizio, il cubito assiro, il pollice anglosassone − tradiscono l’esistenza di precise conoscenze astronomiche in un remoto passato: potrebbe trattarsi del segno lasciato da un’antica civiltà che avrebbe preceduto la storia conosciuta?

La corda di Giza
C
onsiderando le basi delle piramidi di Giza si può realizzare una costruzione geometrica caratterizzata da una serie di cerchi che si incontrano in due “punti di fuga”: il segmento che unisce tali punti − la “corda di Giza” − e il cerchio che attraversa le basi delle tre piramidi − il “cerchio di Giza” − mostrano caratteristiche geometriche assai peculiari e precise relazioni con grandezze astronomiche quali la circonferenza terrestre e l’orbita della Terra intorno al Sole.

Il Primo Tempo di Sirio
Sviluppando la tesi della correlazione stellare si è scoperto che la data indicata dalla sovrapposizione fra le piramidi di Giza e la Cintura d’Orione non è il “Primo Tempo” di Orione − come sostengono Robert Bauval e Graham Hancock − bensì il “Primo Tempo” di Sirio (collocabile intorno al 12.040 a.C.): ciò è confermato dal fatto che Sirio, dotato di elevato moto proprio, in quell’età si trovava giusto sull’asse della Cintura d’Orione. In quella data, inoltre − all’alba dell’equinozio di primavera − Sirio (che culminava al meridiano) insieme a Rigel e Saiph (che costituiscono i “piedi” di Orione) erano perfettamente allineate e sfioravano l’orizzonte alla medesima altezza.

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Paradossi della relatività

Posted by Loris Bagnara su 18/02/2008

Sono anni che rifletto sulle implicazioni della teoria della relatività: su quelle trasformazioni matematiche che legano in maniera apparentemente ineccepibile spazio e tempo; tormentato dalla viva sensazione che da qualche parte debbano condurre a macrosopiche incongruenze fisiche.
Il problema, si dirà, è già stato ampiamente dibattuto: chi non ricorda il celebre “paradosso dei gemelli”? Vi sono due gemelli; uno resta sulla Terra, l’altro parte per un viaggio interplanetario. Al suo ritorno, il viaggiatore scopre di essere più giovane del fratello, e ciò lo meraviglia perché si sarebbe aspettato il contrario. Ciascuno dei gemelli, infatti, dal proprio punto di vista ossia rispetto al proprio sistema di riferimento  ha osservato l’altro allontanarsi e poi riavvicinarsi, di conseguenza, pensano, dev’essere l’altro a subire gli effetti della contrazione temporale. La teoria della relatività prevede che nei sistemi in movimento il tempo rallenti rispetto al sistema fisso di riferimento: poiché ciascuno dei gemelli vede sé stesso come un sistema fisso di riferimento, ciascuno è portato a credere che debba essere l’altro a restare più giovane. Ovviamente non possono avere ragione entrambi: il tempo rallenta solo per il viaggiatore, afferma la teoria.
La soluzione del paradosso consisterebbe nell’osservazione che il sistema di riferimento del gemello viaggiatore non è inerziale, perché è soggetto a fasi di accelerazione: alla partenza, al momento di invertire la rotta e infine al rientro sulla Terra; dunque, non possono essere trascurati gli effetti dell’accelerazione prodotta dalla forza di inerzia. Cito dall’Enciclopedia Europea, lemma Relatività:

“[…] Infatti tutti i moti sono relativi ma nella relatività ristretta l’accelerazione è assoluta, esattamente come nella meccanica di Newton. Una particella libera non andrebbe mai spontaneamente da P a Q e poi di nuovo a Q. Di fatto, dunque, il secondo gemello risulta, alla fine, più giovane del primo perché i suoi processi biologici sono stati rallentati dalle forze di inerzia […]”.

Sembrerebbe una spiegazione sensata, anche se di primo acchito verrebbe da chiedersi che tipo di processi certamente non biologici possano essere rallentati in un protone o un elettrone portati a velocità prossime a quella della luce, come si osserva negli acceleratori di particelle. Sembrerebbe una spiegazione sensata, dicevo; ma a ben vedere riduce a un non senso, o meglio a una tautologia, il principio di equivalenza posto dalla relatività generale. Tale principio afferma che massa inerziale e massa gravitazionale sono sempre uguali; ciò implica che gli effetti di un moto accelerato su un osservatore sono equivalenti a quelli di un campo gravitazionale. Ma allora, viene da chiedersi, è il principio di equivalenza a discendere dal principio di relatività di tutti i moti, oppure è il contrario? In altri termini, è l’inerzia uno degli effetti  relativistici (fra cui anche la contrazione del tempo), oppure ne é la causa, come lascia intendere la ‘spiegazione’ del paradosso dei gemelli sopra riportata? Andando oltre: aldilà dell’eleganza matematica e delle convalide sperimentali che la teoria della relatività può vantare, siamo in grado di attribuire un significato fisico ai principi di cui sopra? In parole semplici: quale universo intende descrivere la teoria della relatività?
E poi, anche a prescindere dalle implicazioni più squisitamente filosofiche, il paradosso dei gemelli è tutt’altro che risolto. Introduciamo un terzo gemello; immaginiamo che egli lasci la Terra nello stesso momento del secondo gemello, ma su un’altra astronave, e che i due viaggino appaiati finché il secondo non inverte la rotta per tornare alla Terra; immaginiamo che il terzo gemello prosegua il suo viaggio alla stessa velocità, finché anch’egli non decide di fare ritorno. Tornato anch’egli sulla Terra, scoprirà di essere ora il più giovane dei tre: infatti, su di lui l’effetto relativistico della contrazione temporale si è applicato per un periodo di tempo più lungo, poiché il suo viaggio è stato più lungo di quello del secondo (nel sistema di riferimento del primo gemello, ossia della Terra).  Ebbene questo è ciò che afferma la teoria, ma se tentiamo di darne conto utilizzando la medesima ‘spiegazione’ avanzata sopra si giunge a conclusioni imbarazzanti per il buon senso: infatti, possiamo tranquillamente immaginare che i viaggi del secondo e del terzo gemello siano stati, a parte la lunghezza, perfettamente identici nelle manovre necessarie per partire, invertire la rotta e ridiscendere sulla terra; di conseguenza, pure identiche saranno state le forze di inerzia subìte dai due viaggiatori. Ora, la conclusione imbarazzante è questa: i due gemelli viaggiatori, pur avendo subìto le stesse identiche forze inerziali (giudicate come la causa della contrazione  temporale, vedi sopra), riscontrano una diversa contrazione temporale, che a questo punto non potrà che essere imputata (a parità di tutte le altre condizioni) proprio alla durata della fase stazionaria dei viaggi. Per essere chiari, il non senso della ‘spiegazione’ del paradosso si rivela il seguente: partiti con l’attribuire alle forze inerziali la causa della contrazione temporale, si finisce con lo scoprire che l’entità della contrazione stessa è determinata non dalle forze inerziali subìte dai viaggiatori, bensì dalle differenti durate delle fasi stazionarie dei rispettivi viaggi, fasi in cui non manifestandosi forze inerziali i due sistemi di riferimento (le astronavi dei due gemelli) possono considerarsi sistemi inerziali! Il paradosso, ben lungi dal risolversi, si complica… 

Vi invito ora a riflettere su un altro paradosso (di mia formulazione) e a suggerire eventuali soluzioni: Il paradosso dell’orologiaio spaziale.

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Maya, il supercomputer

Posted by Loris Bagnara su 24/10/2007

Se, come credo, ciò che chiamiamo ‘realtà’ altro non è che un mondo virtuale generato da un supercomputer, a beneficio di alcune creature pensanti (che poi saremmo noi), se così stanno le cose allora potremmo dare un significato estremamente preciso ad alcuni principi della fisica relativistica e quantistica: mi riferisco all’impossibilità di misurare lunghezze di tempo inferiori al ‘tempo di Planck’ e spostarsi a velocità superiore a quella della luce.
Facciamo alcune supposizioni: il mondo virtuale in questione (chiamiamolo Maya questo mondo, o anche Matrix, se volete) si può descrivere come una rete di nodi interconnessi; ogni nodo rappresenta uno stato quantico, descritto da un certo numero di variabili (spazio, tempo ecc); lo stato quantico di ciascun nodo è il risultato, secondo un determinato algoritmo, dello stato quantico di tutti i nodi limitrofi (risparmiamoci per il momento la definizione di ‘nodo limitrofo’); il tempo locale (descritto da una specifica variabile fra quelle associate allo stato quantico) si distingue dal tempo universale; nello scorrere del tempo universale, ad ogni istante corrispondente a un tempo di Planck il supercomputer che genera Maya ricalcola tutti gli stati quantici dell’universo (in altri termini, si può dire che il processore del supercomputer lavora con una frequenza di ‘clock’ pari all’inverso del tempo di Planck).
In tale modo si è dato un significato fisico al tempo di Planck: questo, per definizione, altro non è che l’intervallo di tempo che intercorre fra un ‘battito’ e l’altro del supercomputer di Maya: dunque, è impossibile misurare una lunghezza di tempo inferiore al tempo di Planck, per il semplice motivo che fra un battito e l’altro l’universo non esiste.
Se ora supponiamo che la differenza fra le variabili spaziali di due nodi limitrofi (in parole povere: la distanza) sia uguale alla lunghezza di Planck, possiamo immaginarci l’universo come la pagina di un quaderno a quadretti, dove la punta della matita cade necessariamente all’intersezione di due righe: come non esistono tempi intermedi, non esistono spazi intermedi. In altre parole, tempo e lunghezza di Plank rappresentano le dimensioni della ‘grana’ dell’universo, così come il pixel rappresenta la grana di un’immagine digitale.
Diamo un ultima definizione: un impulso elettromagnetico (ad esempio un fotone) è descritto da uno stato quantico che si può ‘trasmettere’ soltanto ad un nodo limitrofo: pertanto, la trasmissione di un fotone da un nodo ad un altro non può avvenire in un tempo inferiore al tempo di Planck (tempo necessario al supercomputer per ricalcolare l’universo).
A questo punto si può trarre la conclusione. Se ad ogni battito del supercomputer il fotone compie un passo, ossia si trasmette da un nodo a quello limitrofo, allora viaggia alla velocità di una lunghezza di Planck nel tempo di Planck: per definizione, la velocità della luce. Descritto in questi termini, è assolutamente evidente come nulla possa spostarsi lungo i nodi della griglia universale ad una velocità superiore a quella della luce.

Nota:
L’analogia dell’universo con una rete nodale presenta altre interessanti implicazioni, connesse alla causalità dei fenomeni, che analizzerò in un successivo articolo.

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