Il blog di Loris Bagnara

nel giardino dei sentieri che si biforcano

Archive for the ‘Società’ Category

I Protocolli dei Priori Occulti

Posted by Loris Bagnara su 16/04/2012

… è il titolo del mio articolo uscito sul numero 42 di Fenix.

In questo articolo riprendo i contenuti già espressi in due precedenti articoli usciti su Nexus New Times n. 94 e 95 (vedi anche questo post). Ne parlerò ancora anche nella prossima conferenza del 2 maggio a Faenza.

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Da una perduta civiltà all’Europa unita

Posted by Loris Bagnara su 23/03/2012

Il prossimo 2 maggio terrò una conferenza dal titolo

Da una perduta civiltà all’Europa unita
 
presso il Centro Sociale Borgo
via Saviotti, 1
48018 Faenza (Ra)

tel. 0546 32558  
http://centroborgofaenza.racine.ra.it

Parlerò di alcuni dei temi trattati nel libro di Paolo Rumor L’altra Europa, a cui ho collaborato.

Qui trovate il programma completo delle conferenze.

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Le origini segrete dell’Europa unita

Posted by Loris Bagnara su 19/10/2011

È con piacere che vi informo della pubblicazione del mio articolo Le origini segrete dell’Europa unita sul n. 94 di Nexus New Times.

L’articolo illustra le tesi fondamentali espresse nel libro di Paolo Rumor L’altra Europa (Hobby&Work, 2010), al quale ho collaborato su invito dell’autore il quale, dopo aver letto il mio libro Il segreto di Giza, comprese che le mie ricerche mostravano straordinarie connessioni con il materiale di cui egli disponeva.

 

Suggerisco anche di visitare il sito dell’Associazione Culturale PANGEA, dove si parla di questo libro in relazione a tematiche molto affini alle mie ricerche: civiltà perdute, cataclismi globali, enigmi della storia e altro.

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Voci del tubo (catodico)

Posted by Loris Bagnara su 11/01/2008

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Il volgo è sereno — nel gran bel paese
lo Stato profonde — e non bada a spese
stan tutti nel giuoco — finché può durar;
ma v’è chi s’indigna — e quindi s’appresta
a chiudere il giuoco — a spegner la festa
e furbi e ladroni — a sì castigar!

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

È chiaro il sistema — tangenti e mazzette
gli appalti una torta — divisa per fette
« Lo scandalo è ora — che debba finir! »
è il grido di guerra — di ogni procura
qui non si indietreggia — qui non si ha paura
chiunque ha sbagliato — si deve punir!

Dai guardi dubbiosi — dai pavidi volti
qual raggio di sole — da nuvoli folti
traluce de’ padri — la fiera virtù:
ne’ guardi ne’ volti — confuso ed incerto
si mesce e discorda — lo spregio sofferto
col misero orgoglio — d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso — si sperde tremante
per torti sentieri — con passo vagante
fra tema e desire — s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira — scorata e confusa
de’ crudi signori — la turba diffusa
che fugge le toghe — che sosta non ha.

Ansanti li vede — quai trepide fere
lucenti per tema — le calve criniere
le patrie galere — d’Italia stipar;
e quivi deposta — l’usata minaccia
la stolta superbia — la pubblica faccia
i complici ansiosi — ansiosi guatar.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

E sopra i gementi — con avido brando
quai cani disciolti — correndo frugando
da ritta da manca — guerrieri venir:
li vede e rapito — d’ignoto contento
con l’agile speme — precorre l’evento
e sogna la fine — del duro servir.

Udite! Quei forti — che tengono il campo
che ai vostri tiranni — precludon lo scampo
son veri italioti — del piano padan:
sospeser le gioie — d’uffici lucrosi
assursero in fretta — dai campi operosi
chiamati repente — da squillo guerrier.

A torme di terra — passarono in terra
cantando giulive — canzoni di guerra
ma i ricchi opifici — pensando nel cor:
han carca la fronte — di torvi pensieri
han teso coccarde — sui loro destrieri
fur tutti a Pontida — che cupa tuonò.

E già ’l volgo sogna — ‘l suo novo futuro
è forte quel duce — che dice l’ha duro
il suo brando levato — che tregua non dà;
promette a quel volgo — riscatto sicuro
i rei dello scempio — saran messi al muro
chi ha troppo dato — il maltolto riavrà.

Un volgo disperso — repente si desta
intende l’orecchio — solleva la testa
dai catodi invasi — da insulsi talk show
percosso da novo — e crescente romor!

Novanta più quattro — è l’anno mondiale:
un grido percorre — l’intero stivale
a unire ogni cuore — ne’ patri color:
e già “Forza Italia!” — è l’inno stranito
che il furbo politico — ha messo a partito
chiamando a dar voto — ai moti del cuor.

« Dell’Utri mafioso! » — Santoro fazioso
con Biagi e Luttazzi — è messo a riposo
l’Editto di Sofia — fa purga in tivù:
un solo padrone — controlla i mass media
danaro e potere — concentrano invidia
sull’uomo che aspira — a salire più su.

Poi uguale sinistra — avvicenda la destra
la danza non cambia — la stessa minestra
gli antichi costumi — son duri a morir:
riapron le porte — ai vecchi dannati
son santi son martiri — perseguitati
che iniqua giustizia — volle colpir!

« Le toghe brandiscono — falci e martelli! »
si sguainano spade — s’incoccan quadrelli
schierate le parti — son pronte a pugnar:
si vedon le lance — calate sui petti
a canto agli scudi — rasente agli elmetti
si senton le frecce — fischiando volar.

« In Mediaset virtus » — « Fininvest insana »
lo scontro si alza — la gente si sbrana
prevalgon l’ingiuria — il colpo sleal:
ma è tutta una scena — pel popol balordo
di sotto’l baccano — v’è’l tacito accordo
di fare attenzione — a non farsi del mal.

E il premio sperato — promesso dai forti
sarebbe o delusi — rivolger le sorti
d’un volgo disperso — por fine al dolor?
Tornate alla vostra — tivù spazzatura
alle opere soap — alla falsa cultura
bifolchi prognati — di servo stupor!

Il forte si mesce — col vinto nemico
col novo signore — rimane l’antico
l’un popolo e l’altro — sul collo vi sta
dividono i servi — dividon gli armenti
si posano insieme — sui campi cruenti
d’un volgo disperso — che nome non ha.

Il volgo disperso — ritorna alla siesta
distoglie l’orecchio — reclina la testa
ai catodi invasi — da insulsi talk show
colpito da novo — e crescente torpor!

Dall’etra gassoso — stazioni emittenti
diffondono farse — tivù per dementi
bifolchi prognati — di servo stupor:
le voci del catodo — arrivan suadenti
dissolvono dubbi — allevian le menti
promettono fama — ricchezza ed amor!

Ministri di culto — esperti d’occulto
politici e ladri — in cerca d’indulto
fan gara a portare — il livello più giù;
la legge del catodo — esige l’insulto
la zuffa lo schiaffo — la mischia il tumulto:
con questi ingredienti — l’ascolto va su!

Psichiatri bavosi — scrittori indecenti
contorni di false — faccine ridenti
beoti beati — di gloria e clamor
inviati speciali — giullari serventi
di poco onorevoli — ricchi e potenti
baldracche rifatte — di falso turgor;

è tutto perduto — perfino il pudor.

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Il nemico inesistente

Posted by Loris Bagnara su 16/11/2007

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi sono caduti due muri: uno, il più evidente, è quello che tagliava in due Berlino, abbattuto nel 1989; l’altro, meno evidente – perché di natura immateriale – è quello che divideva la borghesia dal proletariato.
 Se, nel corso di una guerra, una parte riesce a far credere all’altra che il nemico non esiste più, ha vinto: la parte che crede di essere rimasta sola in campo penserà di aver avuto la meglio e, proprio per questo, da quel momento qualunque colpo riceva dal nemico (ormai “occulto”) non sarà interpretato per quel che è (un colpo sferrato da un nemico), ma come un evento che rientra nell’ordine naturale delle cose, per quanto sventurato.
 E’ quel che è accaduto nel mondo a cominciare dal secondo dopoguerra: proprio quando, durante la guerra fredda, a livello internazionale le tensioni geopolitiche fra i blocchi dominati dalle due superpotenze salivano ai massimi livelli; proprio quando, nei paesi occidentali, le tensioni sociali rilanciavano l’idea della lotta di classe, alimentando lo scontro generazionale e il confronto culturale fra l’anima progressista (proletaria) e quella reazionaria (borghese); proprio in questo contesto, dagli anni ’60 ai ’70, non appena sbollita la fiammata rivoluzionaria (che in Italia ha avuto la coda sanguinosa del terrorismo “rosso” e “nero”, fino agli anni ’80), proprio in questo contesto veniva gradualmente meno la ragione stessa del contendere.
 Ad un certo punto è apparso chiaro che non esisteva più alcuna linea netta di demarcazione fra le classi: venendo meno questo presupposto, viene a cadere l’idea della lotta di classe; viene a cadere la distinzione fra cultura di destra e cultura di sinistra; viene a cadere ogni ragione ideologica e culturale a sostegno di un assetto geopolitico del mondo basato sulla separazione fra un blocco borghese-capitalistico ed uno proletario-collettivistico. Caduto il muro fra le classi (immateriale), non c’era più nulla a sostenere neanche il muro (materiale) di Berlino.
 La scomparsa della classe borghese è stato il più grande capolavoro del neocapitalismo. Un trucco degno del più grande illusionista, ma dagli effetti devastanti: far credere che non esista più alcuna guerra. Uno dei combattenti è sparito dal campo di battaglia, con la conseguenza che l’altro crede di aver vinto. Quando cadde il muro di Berlino si parlò di fine della storia e si prospettò un futuro di pace sociale: quanto di più lontano dal vero! Quel che viviamo oggi è uno dei periodo più turbolenti, incerti e cupi della storia moderna. Oggi, il vecchio nemico di classe è stato prontamente sostituito da diversi fantocci creati ad arte e tenuti in piedi dall’esasperante battage dei mass-media manipolati da chi ha interesse a ciò: il nemico, oggi, a livello sociale e culturale, è l’immigrato, il musulmano, il diverso, ciò che esce dalla “sana” medietà; a livello di politica interna, sono i movimenti estremisti e radicali; a livello di politica internazionale, sono gli “stati canaglia” che alimenterebbero (?) il terrorismo.
 Ma quando e come sarebbe sparito il vecchio nemico di classe, la borghesia? Herbert Marcuse l’ha indicato più di quarant’anni fa. Innanzitutto, la borghesia ha reso un po’ borghesi tutti quanti i proletari, comprando la loro acquiescenza nei confronti del sistema con le “perline colorate” del benessere; se a ciò si aggiunge la crescente terziarizzazione dei paesi sviluppati, con la conseguente riduzione del peso e dell’importanza delle masse operaie, si può capire come il progresso economico abbia finito per indurre al silenzio buona parte della potenziale opposizione. Quanto alle forze di opposizione, alle voci critiche  che pur vi sono sempre state  e che vi sono tuttora, queste vengono quotidianamente fagocitate dal sistema, confezionate, rigettate come momenti di un interminabile e onnipervasivo spettacolo mediatico, e infine abbandonate nell’assordante rumore di fondo  dove si può udire tutto e il contrario di tutto, e quindi nulla. E poi, esiste forse ancora l’immagine del borghese di stampo ottocentesco, in marsina e cilindro, padre-padrone delle masse operaie asservite alle catene di montaggio della sua fabbrica? Oggi la grande impresa è sempre più grande, spersonalizzata, delocalizzata, con il management distinto dalla proprietà che sempre più spesso non è individuabile, non coincide più con il singolo imprenditore, con la sua famiglia illustre e potente, ma si disperde nel corpo sociale dell’azionariato diffuso. Dov’è il borghese padre-padrone, se chi guida l’impresa non è chi la possiede, e se qualunque proletario può possederne una fetta azionaria e parteciparne così agli utili? Il borghese si è fatto proletario, il proletario borghese.
 Infine, ma non ultimo, il fenomeno della globalizzazione darà il colpo finale: quel residuo di forza lavoro industriale che ancora avrebbe potuto costituire una minaccia sociale al sistema vigente, viene ineluttabilmente deportata nei paesi in via di sviluppo, ancora una volta con il miraggio di un facile benessere: merci a basso costo e “lavori sporchi” traslocati altrove.
 Come è avvenuto tutto questo? E’ semplicemente nella natura delle cose, una conseguenza naturale del più perfetto dei sistemi, quello liberal-democratico, risultato vittorioso nella competizione della storia? Se concludessimo così, cadremmo nell’errore di colui che, vedendo sgombro il campo di battaglia, crede di aver vinto la guerra. Non siamo ingenui, tutto questo non sta accadendo per caso: chi è dunque il nemico?
 C’è una sola risposta: il capitale; ancora e sempre il capitale. Con la differenza che al plusvalore, oggi, si è sostituita la rendita finanziaria (usura). Al capitale non serve più la proprietà dei mezzi di produzione per moltiplicarsi; al capitale oggi basta sé stesso per riprodursi, in una sorta di mostruosa partenogenesi che non ha eguali in natura.
 In una parola: il nemico, oggi, è l’oligarchia finanziaria internazionale.

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